Un blog e un libro su come i governi usano i social media per comunicare con i cittadini

 - Un blog e un libro su come i governi usano i social media per comunicare con i cittadini

La diplomazia digitale di Israele ora parla arabo.

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“Lo scopo di questo account è quello di migliorare il dialogo con voi”. Con questo messaggio il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha inaugurato nei giorni scorsi il suo nuovo account in arabo su Twitter. Una mossa che conferma la grande attenzione di Israele verso la diplomazia digitale e in generale la comunicazione sui social media. Un’attenzione già emersa durante la recente crisi a Gaza, durante la quale l’esercito di Tel Aviv ha fatto largo uso di tweet, foto, video e infografiche per descrivere le operazioni militari in corso e per controbattere la propaganda di Hamas.

Il nuovo profilo in arabo di Benjamin Netanyahu

Il nuovo account in arabo di Netanyahu ha alternato finora messaggi soft (“Saluti dalla città santa di Gerusalemme”) a dichiarazioni più marcatamente politiche, come quella sulla rivolta in Siria e sul timore che le armi chimiche possano finire nelle mani di militanti islamici (“Prenderemo le misure necessarie per prepararci alla possibilità di un cambio di regime in Siria e alle conseguenze che questo avrà sulle armi che il Paese detiene”).

In poco più di una settimana l’account ha raccolto circa 700 follower, mentre quello ufficiale di Netanyahu (non in arabo) ne conta quasi 60.000. Il governo israeliano utilizza Twitter dall’agosto del 2010 soprattutto con messaggi in inglese per rivolgersi all’opinione pubblica internazionale. Tono abbastanza formale e assenza di dialogo con gli utenti. Caratteristiche che accomunano tanti account di capi di stato e di governo. Ma nel caso del profilo in arabo questa impostazione rischia di essere poco efficace e controproducente. E’ plausibile che senza un minimo di apertura e soprattutto d’interazione, l’opinione pubblica del mondo arabo, che nutre forti pregiudizi nei confronti di Israele, bollerà immediatamente i tweet di Netanyahu come mera propaganda online.

Cosa si impara lavorando 1.298 giorni con il Segretario di Stato

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In questo video Alec Ross, Senior Advisor per l’innovazione del Dipartimento di Stato e artefice della diplomazia digitale americana, racconta i suoi quattro anni al fianco dell’ormai ex-Segretario Hillary Clinton e offre un interessante spaccato su come é cambiato il panorama geopolitico e sul ruolo dei social media nelle trasformazioni politiche avvenute in diversi Paesi.

Tom Fletcher, il diplomatico digitale che a 37 anni si sente vecchio

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“Quando le persone mi chiedono se a 37 anni sono troppo giovane per essere già ambasciatore, a volte mi viene da pensare che forse sono troppo vecchio”.

Tom Fletcher, ambasciatore del Regno Unito in Libano, è da tempo un vero e proprio pioniere della diplomazia digitale. Usa i social media per lavoro, esorta i suoi colleghi a utilizzarli, tiene un blog, organizza conferenze per unire il mondo della politica con quello della tecnologia, scrive articoli per sottolineare come i nuovi strumenti digitali possono migliorare l’attività dei diplomatici.

Non è un “cyber-utopista”: sa che le webchat su Facebook non sostituiranno mai gli incontri riservati e che i trattati di pace non si scriveranno con i tweet.

 

L'ambasciatore Tom Fletcher

Se già nel 1997 il titolo di un articolo sulla prestigiosa rivista Foreign Affairs si poneva una domanda provocatoria, “Diplomazia senza diplomatici?”, oggi il dibattito sul ruolo dei professionisti della politica estera nel nuovo mondo delle reti digitali è ancora più attuale. E Fletcher sta dando un importante contributo a questa discussione. Il suo ultimo articolo si intitola “Il diplomatico nudo” e vale la pena leggerlo.

Come ho scritto nell’introduzione del mio libro, la vera questione non è se la diplomazia, grazie alle nuove tecnologie, possa esistere anche senza diplomatici, ma piuttosto se i diplomatici possano continuare a svolgere bene il loro lavoro senza partecipare attivamente nella Rete e senza usare gli strumenti con i quali i cittadini e i rappresentanti politici comunicano. Nelle nuove società sempre più plasmate da internet e dai social media, per una professione che ha tra i suoi compiti quello di creare e gestire network di relazioni, la scelta di utilizzare le nuove tecnologie appare ormai di rilevanza sempre più strategica”.

Il nuovo nome del blog del Dipartimento di Stato? Lo scelgono gli utenti online

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Dopo cinque anni di attività, DipNote, il blog ufficiale del Dipartimento di Stato USA, si rinnova. E chiede agli utenti online di scegliere il nuovo nome tra più di 370 proposte suggerite dagli impiegati del ministero degli esteri americano.

Oggi, venerdì 14 dicembre, è l’ultimo giorno per votare sul sito del Dipartimento o tramite le varie piattaforme social ( Facebook, Tumblr, etc). Il risultato sarà annunciato all’inizio del 2013 quando il nuovo blog sarà messo online.

Il Dipartimento motiva così l’aggiornamento:

The updating of the State Department’s blog is part of 21st Century Statecraft — the complementing of traditional foreign policy by harnessing and adapting the digital networks and technologies of today’s interconnected world. The blog’s redesign will include greater functionality and interactivity with an emphasis on visual engagement.

Inaugurato nel settembre del 2007 con un post del Segretario Hillary Clinton, Dipnote é stato il primo grande esperimento “social” della diplomazia americana. In cinque anni sono stati pubblicati oltre 4.700 post scritti da più di mille funzionari, consoli e ambasciatori sparsi per il mondo.

Claire, l’innovatrice sociale dietro l’account Twitter del Pontefice

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Claire Diaz-Ortiz, 30 anni, americana, una laurea a Stanford, blogger, scrittrice e soprattutto responsabile dei progetti di innovazione sociale di Twitter. È lei che ha contribuito al lancio del nuovo profilo di Papa Benedetto XVI sul sito di microblogging. Claire è autrice del libro “Twitter for good: Change the World One Tweet at a Time” e nel 2012 è stato inserita da Fast Company tra le 100 persone più creative nel mondo del business.

Un'immagine di Claire Diaz-Ortiz

Claire ha lavorato in squadra con Thaddeus Jones, del Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali, la giornalista messicana Katia Lopez-Hodoyan, Mika Rabb e Andrew Jadick, due stagisti della Villanova University.

La decisione di coinvolgere direttamente un rappresentante così in vista di Twitter è un’ulteriore conferma dello scrupolo che la Santa Sede ha riposto in questo storico debutto sui social media del Pontefice. Ieri è stato il giorno dei primi tanto attesi tweet. Dopo l’iniziale clamore, ora arriva la parte più difficile: gestire l’account in modo da coinvolgere gli utenti e cercare di stabilire un dialogo online.

La Casa Bianca debutta su Pinterest

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Sabato 8 dicembre la Casa Bianca ha annunciato di aver aperto un proprio profilo su Pinterest, il social network dedicato alla condivisione di fotografie, video e immagini. La nuova pagina si affianca a quelle su Twitter, Facebook e Flickr. Una presenza online molto estesa e ben articolata in chiave di contenuti. Pinterest sarà utilizzato principalmente come una sorta di finestra aperta sulla Casa Bianca, con fotografie e infografiche che descriveranno la vita quotidiana nella residenza dell’uomo più potente del mondo. Un progetto interessante per avvicinare i cittadini al “Palazzo”.

Il primo "pin" della Casa Bianca

Per inaugurare la nuova pagina è stata lanciata un’iniziativa di coinvolgimento diretto degli utenti, che potranno seguire su Pinterest l’addobbo natalizio della residenza e potranno anche iscriversi per partecipare personalmente ai lavori lunedì 17 dicembre.

La nuova pagina della Casa Bianca conferma il successo di Pinterest, che in meno di due anni è entrato nella lista dei 100 siti più visitati al mondo, e dimostra soprattutto che, calibrando bene i contenuti, le istituzioni possono sfruttare anche canali social più orientati al marketing aziendale.

Le elezioni non si vincono sul web. Ma il web aiuta a vincerle.

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125 milioni di contatti personali tramite telefonate, attività di porta-a-porta e incontri svolti da quasi 700mila volontari. È il dato che mi ha più impressionato della presentazione fatta ieri sera alla Camera dei Deputati da Michael Slaby, Chief Integration and Innovation Officer della campagna elettorale di Obama.

Michael Slaby

Tre ragioni per le quali vale la pena soffermarsi su questo numero:

1)      Il forte “accento tecnologico” della campagna: il fatto che l’enorme attività sul campo delle migliaia di volontari in tutto il Paese sia stata attentamente catalogata, analizzata e integrata tramite piattaforme innovative con il resto dei dati provenienti da altri ambiti della campagna, come l’attività sul web, il marketing tramite email, la pubblicità o il fundraising.

2)      La grande capacità di mobilitazione che la politica americana ancora riesce ad esercitare, nonostante il calo della fiducia nei confronti delle istituzioni che accompagna in particolare questa fase di crisi economica.

3)      I 125 milioni di contatti sono avvenuti “offline”, ma sono stati generati soprattutto, ma non solo, grazie alla comunicazione online, il cui obiettivo era proprio quello di incitare e motivare le persone a sostenere concretamente il candidato, non solo a votarlo.

Quando si discute della campagna elettorale americana, in particolare di quella di Obama, ci si sofferma spesso sul ruolo cruciale dei social media, senza però tenere conto che le nuove tecnologie digitali possono sì aiutare a spostare voti, ma sono soprattutto degli ottimi strumenti di mobilitazione. Le elezioni non si vincono sul web, ma il web può aiutare a vincerle. Per questo è fondamentale stabilire nella strategia dei canali di collegamento tra la comunicazione online e quell’attività sul campo che, anche nell’epoca delle piattaforme virtuali e della realtà aumentata, rimane decisiva. Un suggerimento che vale anche per la diplomazia digitale.

5 ragioni per seguire il nuovo account del Pontefice su Twitter

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Il nuovo profilo del pontefice su Twitter

Sta suscitando molta curiosità il nuovo account di Papa Benedetto XVI aperto il 3 dicembre su Twitter. Tanti i commenti ironici, ma c’è poco da scherzare. La Santa Sede sembra essere intenzionata a fare sul serio. Ecco cinque ragioni per le quali chi si occupa di comunicazione online dovrebbe seguire con attenzione il profilo del pontefice:

1)      La Santa Sede ha aperto contemporaneamente otto account in otto lingue diverse: italiano, inglese, spagnolo, francese, tedesco, portoghese, polacco e arabo. Una presenza online massiccia che nessun’altra organizzazione al mondo ha mai lanciato contemporaneamente. Neanche il Dipartimento di Stato, che gestisce account su Twitter in 11 lingue, ma li ha creati nel corso di diversi anni.

2)      Alcuni media hanno annunciato che il pontefice comincerà a twittare il 12 dicembre con una sessione di Q&A usando l’hashtag #askpontifex. Una scelta inedita. Sarebbe la prima volta che una grande istituzione  o un personaggio globale debuttano aprendosi alle domande degli utenti. Di solito si preferisce prima consolidare la presenza, crearsi una comunità e prendere dimestichezza con lo strumento. È una decisione coraggiosa, al limite dell’azzardo. Interessante vedere come la Santa Sede sarà in grado di gestire la situazione. (aggiornamento al 12/12: non c’è stata la sessione di Q&A. Il Papa ha esordito con questo tweet, ma subito dopo ha lanciato un nuovo messaggio con una domanda rivolta agli utenti)

3)      Il Papa ha fatto il debutto su Twitter senza nessun messaggio. Una scelta intrigante per alimentare aspettativa e curiosità. Ma anche pericolosa, perché si lascia campo aperto alle reazioni e non si cerca di indirizzare il dibattito attraverso i propri contenuti. Finora i commenti non sono stati molto favorevoli. Era prevedibile. E credo che anche la Santa Sede ne fosse consapevole.

4)      È stato aperto un profilo istituzionale con un nome intrigante, @pontifex, che vuol dire “pontefice”, ma anche “costruttore di ponte”. E soprattutto un nome che evita l’eccessiva personalizzazione, dà un valore di continuità all’account e sembra lanciare un messaggio futuro: anche il prossimo pontefice dovrà fare i conti con Twitter e con i social media.

5)      Per gestire otto account ci vogliono risorse umane ed economiche, oltre ad una strategia globale, un preciso piano d’azione e un sistema di monitoraggio accurato. Quella di sbarcare su Twitter è stata una scelta molto ponderata, ma alla fine la Santa Sede ha voluto credere e investire nel progetto. Difficilmente tornerà indietro. E sarà affascinante vedere come riuscirà a calibrare la propria comunicazione in base all’evoluzione degli strumenti digitali.