Un blog e un libro su come i governi usano i social media per comunicare con i cittadini

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Globox, la web tv del nuovo Afghanistan

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Globox, la prima web tv afghana, festeggia due mesi di attività superando i centomila visitatori online. Finanziata da una società privata e composta da 15 giornalisti, la web tv ha un obiettivo ben preciso: raccontare un altro Afghanistan, al di là delle cronache di guerra, e far emergere tutte quelle storie positive di un Paese che prova a uscire con coraggio da oltre dieci anni di conflitto.

globox tv

L’emittente si basa su un palinsesto originale, nel quale è possibile trovare tanti contenuti che stridono con l’immagine che dal 2001 si è ormai consolidata nell’opinione pubblica. Uno dei programmi più seguiti si chiama “What’s up in Kabul” e suggerisce eventi, nuovi locali e occasioni di svago nella capitale. “Heroes” racconta le vite di persone che ogni giorno cercano di dare il proprio piccolo contributo per cambiare il Paese. “Web Pulse” offre una panoramica sulla rete e sugli strumenti online più utili per la vita quotidiana. A questi programmi si affiancano serie televisive, spettacoli comici, approfondimenti giornalistici e spazi dedicati a musica, moda e spettacolo.

Per ora l’esperimento risente della scarsa penetrazione di internet nel Paese, ma grazie al carattere cross-mediale e all’integrazione con i social media, Globox ha le potenzialità per diventare la principale tv del futuro Afganistan.

 

Social media e conflitti. Quattro sfide per le forze armate.

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Il Ministero degli Esteri ha pubblicato sul proprio canale YouTube le riprese integrali del convegno “Digital Media in zone di guerra”, che si è tenuto giovedì 21 marzo alla Farnesina e al quale ho partecipato insieme all’ex-ministro Giulio Terzi, al Generale Massimo Panizzi, Capo Servizio Pubblica Informazione del Ministero della Difesa, ad Antonio Amendola, fondatore di Shoot 4 Change, e ai giornalisti Amedeo Ricucci e Sonia Mancini.

Dal minuto 00.56.50 è possibile ascoltare il mio intervento, focalizzato sul crescente uso dei social media da parte di forze armate e governi per raccontare ciò che avviene nei conflitti e le sfide che questi nuovi strumenti di comunicazione comportano per le istituzioni.

La Corea del Nord invade Seul. Con un video su YouTube.

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Il cielo solcato da una pioggia di missili e bombe, carri armati che spazzano via le difese nemiche, generali che pianificano l’invasione, soldati che si spingono coraggiosamente all’attacco,  paracadutisti che si lanciano su Seul. Il tutto accompagnato da una voce narrante che tuona contro i nemici storici: Corea del Sud e Stati Uniti. Si presenta così il video caricato un paio di giorni fa sul canale YouTube ufficiale della Corea del Nord. Quattro minuti in stile B-movie anni ’70, nei quali si offre la simulazione di ciò che avverrà quando il regime di Pyongyang darà il fatidico ordine di attaccare i cugini del Sud.

I piani di attacco descritti nel video prevedono il lancio di 250 mila missili a media e lunga gittata che copriranno un blitz di 50 mila soldati delle forze speciali che attaccheranno Seul e prenderanno in ostaggio 150.000 americani. Diecimila paracadutisti e circa 7 mila carri armati apriranno poi la strada alle truppe di invasione. Nel giro di tre giorni le operazioni militari cesseranno e tutto sarà pronto per la grande riunificazione delle due Coree.

Il video suscita più sorrisi che preoccupazione, però conferma la tendenza che vede un crescente uso dei social media da parte della Corea del Nord. Un trend quasi paradossale visto che parliamo del Paese più isolato e chiuso del mondo, dove la maggior parte dei cittadini non sa neanche cosa sia internet.

In questi goffi tentativi di comunicazione online manca l’elemento fondamentale che caratterizza i social media: l’interazione con il pubblico, a cominciare proprio da quello che dovrebbe essere il principale target della propaganda del regime, ovvero i cittadini sudcoreani. La Legge sulla Sicurezza Nazionale approvata dal governo di Seul dispone infatti che ogni persona che si connetta o comunichi con un gruppo anti-governativo è soggetta a una pena massima di 10 anni di prigione. Una prospettiva che scoraggia qualsiasi velleità di interazione. Il solo seguire il profilo Twitter o il canale YouTube della Corea del Nord può costare a un coreano del Sud la galera.

“Caro Ministro”, un anno di diplomazia sui social media

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“La diplomazia non ha paura dei social network, semplicemente perché oggi come oggi la diplomazia è anche social e digital network. Si può avere paura di se stessi, di una parte di sé”?

È una delle frasi che mi è piaciuta di più dell’ebook “Caro Ministro”, una lunga intervista curata dal consigliere ed esperto di comunicazione Luca Poma al titolare della Farnesina Giulio Terzi. Uscito nei giorni scorsi sulle più note piattaforme per ebook, tra le quali Amazon e iTunes, il testo ripercorre più di un anno di politica estera vissuta sui social media, in particolare su Twitter e Facebook. Realizzato integralmente raccogliendo istanze, suggerimenti e critiche contenute nelle discussioni che hanno coinvolto il Ministro, la pubblicazione si propone anche come un’anticipazione di quella che sarà la diplomazia del futuro, aperta al confronto e al dialogo con la cittadinanza e sempre più online in modo trasparente.

 

tweet Terzi su chico forti

Un tweet di Terzi su Chico Forti. Uno dei casi di grande engagement online citati nel libro.

 

Il testo è molto interessante per almeno due motivi. Si tratta innanzitutto della prima testimonianza di questo genere a livello internazionale da parte di un ministro degli Esteri, che ha scelto di raccontare apertamente il suo rapporto con strumenti la cui natura è piuttosto distante dalla tradizionale comunicazione diplomatica. In secondo luogo, il libro permette di scoprire e analizzare il pubblico che interagisce online con il ministro. Dal generale che interviene puntigliosamente sulla questione dei marò alla signora filippina che vuole portare le due figlie in Italia, dai professori del Politecnico di Torino che spingono affinché il governo prenda posizione sulla libertà di Internet agli alunni di una scuola di Genova che chiedono al ministro di consegnare temi e disegni ai bambini siriani ospitati nei campi profughi.

“Grazie alle loro storie, ai loro commenti e anche alle loro critiche – ha commentato Terzi – credo di essere riuscito a mostrare quanto la politica estera e la diplomazia riguardino da vicino gli interessi concreti e le preoccupazioni di tutti i giorni dei nostri cittadini, che si trovino essi all’estero o in Italia”

Il libro è scaricabile al prezzo simbolico 0,99 e il ricavato verrà interamente donato all’Unicef per i programmi delle Nazioni Unite a favore dei bambini soldato.

 

Israele accoglierà Obama con un’app

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L’ufficio del Primo Ministro israeliano ha lanciato nei giorni scorsi un’applicazione per smartphone dedicata alla visita del Presidente Usa Barack Obama, che arriverà mercoledì a Tel Aviv.

israel app Ci sono molte aspettative per questo primo viaggio ufficiale in Israele,  che alcuni considerano un possibile passo verso il riavvicinamento politico tra due leader, Obama e Netanyahu, che negli ultimi mesi non hanno nascosto le loro divergenze sulla gestione del delicato processo di pace. Nei quattro giorni di visita Obama si recherà anche nella Striscia di Gaza e a Ramallah per incontrare il Presidente dell’autorità palestinese Mahmoud Abbas.

Data l’importanza mediatica della visita e la curiosità dei cittadini, il governo israeliano ha creato un’app (in ebraico, inglese e arabo) che permetterà di seguire in diretta gli spostamenti di Obama, ricevere aggiornamenti e notizie in tempo reale, guardare filmati e fotografie, sia quelle ufficiali che quelle scattate dai partecipanti agli eventi pubblici.

Nei prossimi giorni l’app sarà dedicata interamente alla visita, ma subito dopo verrà utilizzata dall’ufficio del Primo Ministro per diffondere informazioni e materiali multimediali. Un’ottima scelta comunicativa: utilizzare la leva mediatica del viaggio di Obama per promuovere quella che in realtà sarà l’app ufficiale del governo di Tel Aviv.

Per non essere da meno dal punto di vista “social”, l’ambasciata americana a Tel Aviv ha lanciato un concorso su Facebook per aggiudicarsi un posto alla cerimonia durante la quale Obama terrà il principale discorso.

 

Digital Media in zone di guerra

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Come cambia l’informazione di guerra ai tempi dei social media? Quali sono le nuove sfide per i comunicatori, i giornalisti professionisti e i nuovi narratori della Rete, come blogger e citizen-journalist?

Se ne parlerà giovedì 21 marzo alle 9.30 in un convegno alla Farnesina organizzato dal Ministero degli Esteri. Avrò il piacere di intervenire accanto al ministro Giulio Terzi, al Generale Massimo Panizzi, Capo Servizio Pubblica Informazione del Ministero della Difesa, ad Antonio Amendola, fondatore di Shoot 4 Change, e ai giornalisti Amedeo Ricucci e Sonia Mancini.

programma convegno

Il mio intervento si focalizzerà in particolare sul crescente uso dei social media da parte di forze armate e governi per raccontare ciò che avviene nei conflitti. Ormai il duello online affianca, e a volte sostituisce, quello sui campi di battaglia. Operazioni belliche annunciate via Twitter, video di attacchi postati su YouTube, foto scattate dai soldati e pubblicate su Facebook. Questo flusso continuo e in tempo reale di informazioni raggiunge direttamente l’opinione pubblica, aggirando spesso i mezzi di comunicazione e costringendoli a ridefinire il loro tradizionale ruolo di intermediari.

Per partecipare al convegno è necessario inviare un’email a: digitalmedia.esteri@libero.it

Alec Ross, il pioniere che ha rivoluzionato la diplomazia

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Ieri, 12 marzo, è stato il giorno dei saluti per Alec Ross, ormai ex-Senior Advisor per l’Innovazione del Dipartimento di Stato americano. Ho avuto la fortuna di incontrarlo diverse volte. Una persona affabile e sempre disponibile. Innovatore e pioniere, Alec è il volto simbolico della rivoluzione digitale che, partita da Foggy Bottom, in questi ultimi anni ha “travolto” quasi tutte le diplomazie del mondo.

Chiamato da Hillary Clinton per ricoprire una posizione creata ad hoc con l’obiettivo di ridisegnare non solo la comunicazione internazionale della principale potenza mondiale, ma di stimolare in un ambito istituzionale tradizionalmente chiuso un approccio culturale di massima apertura verso le nuove tecnologie. Aver scelto Ross, uno dei coordinatori della campagna di Obama del 2008, è stato un atto di grande spessore politico da parte della Clinton. Consapevole di aver sottovalutato le potenzialità dei nuovi strumenti online durante le primarie perse contro l’allora senatore di Chicago, Hillary Clinton decise di mettersi al proprio fianco uno dei protagonisti di quella che viene considerata la più innovativa campagna elettorale della storia.

Dall’aprile del 2009 Alec Ross ha cominciato a lavorare al progetto “21st Century Statecraft”, che lui stesso in un’intervista a Mashable ha definito “harnessing the technologies, the networks and the demographics of the twenty-first century to advance foreign policy goals”. Ma soprattutto ha cominciato a viaggiare in tutto il mondo per raccontare le enormi potenzialità delle nuove tecnologie per innovare le società e il rapporto tra cittadini e politica.

Da oggi per Alec comincia una nuova vita. Prossimi progetti: un libro, qualche editoriale, forse una sceneggiatura per Hollywood e poi il lancio di una società di consulenza che aiuti governi, società e organizzazioni a muoversi nel complesso scacchiere internazionale, tra geopolitica, mercati e reti tecnologiche.

Alec Ross lascia un’eredità pesante a Foggy Bottom. Molti si chiedono se il percorso già intrapreso continuerà. L’importante è che se qualcuno prenderà il suo posto, possa avere un rapporto diretto con il Segretario di Stato, lo stesso che Alec aveva con Hillary Clinton. Perché queste sono rivoluzioni che si possono fare solo dall’alto verso il basso, con un forte impulso politico proveniente dalla stanza dei bottoni.

 

I segreti della Guerra Santa online

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Notizie riguardanti il mondo arabo, comunicati ufficiali e contenuti multimediali pubblicati dalle diverse cellule di Al Qaeda, animate discussioni sui temi più svariati, dal Corano alla sicurezza su Internet. Si presentano così i forum dedicati alla Jihad, che Aaron Zelin ha raccontato nel libro “The State of Global Jihad Online”.

Nei giorni scorsi il sito della rivista americana The Atlantic ha pubblicato un’intervista a Zelin, che traccia un quadro della Guerra Santa che gli estremisti islamici combattono da anni sul Web.

L'articolo della rivista The Atlantic

L’analista sembra innanzitutto sfatare alcuni luoghi comuni sul reclutamento online di nuove leve o addirittura di potenziali kamikaze: “c’è chi non si limita a comunicare con la tastiera, imbraccia un AK-47 e va a combattere. Ma direi che non è una scelta così comune e inoltre è molto difficile tracciare queste dinamiche perchè le persone sui forum comunicano sempre in modo anonimo”.

Per quanto riguarda la struttura della rete comunicativa, i contenuti online vengono creati dalle cellule di Al Qaeda presenti in vari Paesi e inviati a una sorta di hub centralizzato, Al Fajr, che si occupa della distribuzione online. Un’organizzazione abbastanza strutturata che però negli ultimi anni ha messo in luce diverse falle ed è sempre più soggetta a cyber-attacchi dall’esterno. L’ultimo, tra dicembre 2012 e gennaio 2013, ha messo in ginocchio i forum per circa 6-7 settimane.

Una debolezza che permetterebbe ai governi di sopprimere abbastanza facilmente queste piattaforme. Ma, come sottolinea Zelin nell’intervista, sarebbero gli stessi servizi segreti americani a voler mantenere in vita i forum per studiare i messaggi, il comportamento, la filosofia e l’approccio degli estremisti. Non certo per scoprire piani di attentati, ma per imparare a conoscere meglio il nemico e i suoi seguaci. Analisi dell’audience. Uno dei primi passi di un’efficace strategia online.

Cina e Giappone di nuovo in guerra. Su Wikipedia.

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Le isole Pinnacle fanno parte di un arcipelago del Mar Cinese Orientale. Minuscole e disabitate, ma molto strategiche perché garantiscono il diritto esclusivo di sfruttamento delle enormi riserve di gas e olio minerale, della pesca delle acque circostanti e il controllo sulle importanti rotte nautiche della zona.

Attualmente amministrate da Tokyo, dal 1971 la loro sovranità è in realtà al centro di un’accesa disputa tra Giappone, Cina e Taiwan. Un confronto assai duro che si combatte sia nelle sedi diplomatiche che in mezzo al mare, come lo scorso 30 gennaio, quando una fregata cinese ha puntato le armi contro una nave da guerra giapponese che pattugliava le acque.

Un'immagine delle isole Senkaku

Da alcuni anni si è aggiunto un nuovo terreno di scontro: Wikipedia, l’enciclopedia online gratuita, i cui contenuti vengono curati dagli stessi utenti. Le due pagine dell’edizione inglese dedicate alle isole vengono continuamente aggiornate in modo non certo neutrale da diversi utenti giapponesi, cinesi e taiwanesi che cercano di imporre la loro versione. Una vera e propria guerra di propaganda per il controllo di quella che viene considerata una delle principali fonti di informazione a livello internazionale. Scorrendo la cronologia di Wikipedia si notano migliaia di modifiche, rimozioni e riaggiornamenti. Gli stessi coordinatori del sito sono dovuti intervenire per rendere non più modificabili alcune sezioni delle pagine e per invitare gli utenti a un comportamento più corretto.

Il problema è che il titolo stesso della pagina, che riporta il nome delle isole in giapponese, è parte della dura disputa online. Mentre Tokyo le chiama Sensaku, i cinesi usano il termine Diaoyu e i taiwanesi Diaoyutai. Il tentativo di mediazione per intitolare la pagina con il nome inglese delle isole, Pinnacle, è fallito. A dimostrazione della durezza di un conflitto online che tutte le parti in causa ritengono strategico.

 

Su Instagram le foto eccezionali della Corea del Nord

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Da alcuni giorni i fotografi dell’Associated Press David Guttenfelder e Jean Lee stanno postando in diretta su Instagram alcune immagini della Corea del Nord, dove vigono severe restrizioni per tutti i media stranieri. Se già in passato alcune immagini scattate da giornalisti erano trapelate o erano state autorizzate in via eccezionale dal governo, questa é la prima volta che un social network ospita gallerie di foto aggiornate quotidianamente che offrono uno sguardo insolito sull’impenetrabile Paese asiatico.

foto corea del nord

Alcune immagini di David Guttenfelder

Un bel colpo promozionale per Instagram, che pochi giorni fa ha annunciato di aver raggiunto i cento milioni di utenti. Lanciata nel 2010 e acquisita da Facebook nell’aprile del 2012, l’applicazione che permette di scattare e condividere foto con speciali filtri é caratterizzata principalmente da contenuti abbastanza “soft”: foto di amici, moda, cibo. Eppure diversi leader politici (ad esempio il presidente turco Abdullah Gul) e istituzioni governative hanno aperto un profilo e cominciato a postare foto.

Sembra in parte di rivedere la storia di Twitter, che prima della cosiddetta Rivoluzione Verde in Iran del giugno 2009 veniva usato soprattutto come strumento di svago e solo in seguito fu consacrato nell’olimpo dei mezzi di comunicazione che promuovono libertà e democrazia.

Chissà se le future rivolte dal basso verranno ribattezzate “Instagram Revolution“.