Un blog e un libro su come i governi usano i social media per comunicare con i cittadini

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Il diplomatico digitale? Deve essere come un bravo cuoco

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“Il diplomatico è un uomo che ci pensa due volte prima di non dire nulla”. Così Edward Heath, ex-primo ministro britannico negli anni ’70, sintetizzava la (non) comunicazione delle feluche. Una battuta che oggi suona ormai obsoleta di fronte agli account su Twitter dei Ministri degli Esteri, ai video su YouTube degli ambasciatori o alle pagine Facebook delle missioni diplomatiche.

Il tema di come le nuove tecnologie stanno cambiando la figura del diplomatico e quali sfide pongono ad una delle professioni più antiche del mondo è al centro di un interessante Tedx Talk in inglese che Stefano Baldi, Direttore dell’Istituto Diplomatico della Farnesina, ha tenuto recentemente a Trento e che è ora disponibile online.

I diplomatici – sottolinea Baldi – possono essere uno dei migliori esempi del mix tra innovazione e tradizione. Devono essere versatili  e saper usare bene le nuove tecnologie per far sì che la loro attività sia incisiva. Come dei bravi cuochi, nel loro lavoro i diplomatici devono essere in grado di miscelare vari elementi, quelli tradizionali e quelli più innovativi”.

 

A Nizza il consolato va su app

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Trasmettere informazioni e offrire servizi online ai cittadini italiani che si trovano in Costa Azzurra e nelle Alpi marittime. É l’obiettivo dell’applicazione Mio Consolato” presentata nei giorni scorsi dalla nostra rappresentanza diplomatica a Nizza.

L’app, disponibile gratuitamente per smartphone e tablet, riprende i principali contenuti del sito web del consolato. In particolare, è possibile scaricare direttamente dal cellulare la modulistica necessaria o inviarla via mail, prenotare un appuntamento, contattare i diversi uffici, accedere alle pagine informative relative ai diversi servizi e agli avvisi pubblicati dal consolato.

Uno snapshot della nuova app

Uno snapshot della nuova app

Un modo non solo per migliorare la comunicazione verso l’esterno e avvicinare le istituzioni ai cittadini, in particolare i giovani, ma anche per dare maggiore visibilità alle iniziative di promozione culturale ed economico-commerciale promosse dalla rappresentanza italiana.

L’app e’ stata realizzata nel quadro del progetto MyMed-Alcotra finanziato dall’Unione europea, dalla regione Paca (Provenza, Alpi, Costa Azzurra), dal consiglio generale delle Alpi Marittime e dalla Regione Piemonte con lo scopo di favorire la cooperazione e lo scambio di informazioni nella zona transfrontaliera.

 

Il primo Google Hangout per un Segretario di Stato

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Venerdì 10 maggio John Kerry è stato il primo Segretario di Stato a partecipare a un Google Hangout, nel quale ha risposto a domande sulla politica estera americana.

All’incontro virtuale hanno preso parte anche Sarah Hill, digital storyteller dell’organizzazione Veterans United Network, Corrie Fraser, responsabile di +SocialGood, Adolfo Garcia, un soldato di 20 anni che è già stato impiegato due volte in Afghanistan, Emily McKhann, cofondatrice di un blog per mamme e Andrew White, presidente di un’azienda che produce apparecchi per rilevazioni meteo. Sono stati loro a raccogliere le domande tra gli utenti della rete per poi girarle a Kerry durante l’hangout.

È proprio il coinvolgimento di questo variegato gruppo di cittadini e il loro ruolo di connettori/mediatori l’elemento più interessante dell’esordio del Segretario di Stato sulla piattaforma per videochat di Google. In altri hangout, organizzati ad esempio dalla Casa Bianca, i cittadini avevano interagito direttamente con il Presidente Obama o altri rappresentanti dell’amministrazione. Foggy Bottom ha scelto una strada diversa, inserendo un livello intermedio che ha reso il dibattito più stimolante. Altro aspetto non secondario è la decisione di non avvalersi delle solite figure di moderatori, in particolare giornalisti.

L’hangout di venerdì scorso rappresenta anche la conferma della volontà di John Kerry di proseguire sul percorso della diplomazia digitale intrapreso da Hillary Clinton. Qualche giorno fa era stato proprio il nuovo Segretario di Stato a sottolineare che “il termine diplomazia digitale è ridondante. Si tratta di diplomazia. Punto”. Dopo le parole sono arrivati subito i fatti.

 

Diplomazia e startup. Un’alleanza vincente per il Paese.

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Un momento del DEF a Venenzia

Un momento del DEF a Venenzia

Innovazione, imprenditorialità, ecosistema economico, investimenti. Sono le parole chiave del Digital Economy Forum che si è tenuto ieri a Venezia. L’evento, organizzato per la prima volta nel 2011 dall’ambasciata americana in Italia, si è imposto come uno dei più importanti appuntamenti annuali per discutere di sviluppo e nuove tecnologie.

Diplomazia e startup. L’unione tra questi due mondi all’apparenza così lontani è stato uno dei capisaldi del mandato dell’ambasciatore David Thorne. Ora che la comunità delle startup italiane sta crescendo e riscuotendo successo anche all’estero, si potrebbe prendere spunto dal Digital Economy Forum e ragionare sulla possibilità di un’alleanza strategica tra la diplomazia e le aziende innovative di casa nostra.

Un’alleanza che può portare benefici alla diplomazia, alle startup e all’intero Paese.

Al mondo delle feluche, perché diplomazia digitale non è solo comunicare in 140 caratteri su Twitter, ma vuol dire aprirsi alla contaminazione delle nuove tecnologie per migliorare il lavoro dei diplomatici e per promuovere in modo più efficace gli interessi e l’immagine del Paese all’estero.

Alle giovani aziende tecnologiche, perché i canali della diplomazia offrirebbero ottimi spazi di visibilità per trovare flussi di capitali o nuovi mercati di sbocco. Oggi organizziamo all’estero eventi per promuovere i nostri tesori culturali, architettonici e turistici. Benissimo. Continuiamo a farlo. Ma pensiamo anche a nuovi format nei quali raccontare un’Italia diversa, poco conosciuta all’estero, fatta di giovani talenti che innovano e costruiscono il proprio futuro con brevetti e nuove tecnologie.

Al Paese, perché da anni si parla di diplomazia economica, ma spesso nel senso di mera promozione commerciale dei brand e dei prodotti “Made in Italy”. L’alleanza diplomazia-startup andrebbe oltre e permetterebbe di esportare non solo marchi e beni, ma un’immagine nuova e positiva dell’Italia.

 

Il Segretario Kerry conferma: la diplomazia del futuro sarà digitale

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dipnote

La nuova veste grafica di DipNote

“Il termine diplomazia digitale è ridondante. Si tratta di diplomazia. Punto.” Con questa frase tranchant il Segretario di Stato John Kerry ha fugato i dubbi di chi temeva che il nuovo inquilino di Foggy Bottom potesse frenare o quantomeno ripensare lo sviluppo digitale della politica estera americana avviato da Hillary Clinton.

John Kerry è intervenuto ieri firmando il primo post della nuova versione aggiornata di DipNote, il blog del Dipartimento di Stato che lo scorso settembre ha compiuto i primi cinque anni.

Le sue parole, accompagnate da una sincera dose di enfasi, sono un’interessante riflessione programmatica per i prossimi anni, nei quali la diplomazia americana appare sempre più intenzionata a lavorare a stretto contatto con l’innovazione digitale.

So of course there’s no such thing any more as effective diplomacy that doesn’t put a sophisticated use of technology at the center of all we’re doing to help advance our foreign policy objectives, bridge gaps between people across the globe, and engage with people around the world and right here at home.

L’articolo si chiude evidenziando quella che dovrebbe essere la funzione principale delle nuove tecnologie in diplomazia: la costruzione di un rapporto nuovo e interattivo con i cittadini stranieri per creare un terreno comune di dialogo e partecipazione.

Most importantly, I want to use technology to hear from all of you; to understand your concerns; and to tap into the expertise of those outside the State Department.  By using these tools, we can create dialogue among the broadest possible audience, and begin to find common ground — and after all, that’s what diplomacy’s all about.

 

La Casa Bianca su Tumblr. Mix di comunicazione visuale e interazione con i cittadini.

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Da circa una settimana la Casa Bianca è su Tumblr, la piattaforma che ospita oltre 106 milioni di blog in tutto il mondo. Con l’arrivo sul sito creato nel 2007 dal giovanissimo David Karp (classe 1986), salgono a 17 i social media sui quali l’ufficio del Presidente USA ha una presenza, dai popolari Facebook e Twitter ai meno noti Github e Socrata.

L'immagine del primo post della Casa Bianca su Tumblr

L’immagine del primo post della Casa Bianca su Tumblr

50 miliardi di post e più di 170 milioni di utenti unici al mese. Sono gli impressionanti numeri di un social media che negli ultimi mesi sta guadagnando sempre più popolarità in tutto il mondo.  Grazie all’uso intuitivo, alla possibilità di personalizzare il proprio blog, alla facilità di rilanciare i post di altri (tramite una sorta di retweet) e soprattutto grazie al fatto che si presta molto bene alla condivisione di foto e video, una delle tendenze più in voga del web attuale.

Per usare bene Tumblr (ma non solo) è fondamentale una strategia di contenuti con un forte accento sulla comunicazione visuale. Ed è quello che sta facendo finora la Casa Bianca, puntando esclusivamente su foto, infografiche e perfino gif animate. Con un mix di contenuti molto eterogeneo, ma accuratamente studiato: dal fotomontaggio di Obama con la frangetta che imita la moglie all’immagine per promuovere la riforma della legge sull’immigrazione, dalla foto dei ballerini messicani all’infografica che evidenzia l’aumento dei posti di lavoro nel settore privato.

Tumblr non sarà però solo comunicazione visuale. Nel primo post la Casa Bianca ha sottolineato che “…this is also about you. President Obama is committed to making this the most open and accessible administration in history, and our Tumblr is no exception. We want to see what you have to share: Questions you have for the White House, stories of what a policy like immigration reform means to you, or ways we can improve our Tumbling. We’re new here, and we’re all ears”.

Un passaggio importante, che marca immediatamente il carattere “social” dell’account. Così come dovrebbe sempre avvenire. Ma troppo spesso istituzioni e politici se lo dimenticano.

 

Google diplomacy: il motore di ricerca riconosce la Palestina

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Dal 1 maggio la versione palestinese del più diffuso motore di ricerca al mondo ha cambiato titolo. La scritta “Territori palestinesi” é stata sostituita da “Palestina”. Il termine é controverso e suscita ancora molte resistenze, soprattutto da parte del Governo israeliano, che non ha mai riconosciuto ufficialmente i confini di nessuna entità statale palestinese.

É ancora aperta la ferita dello scontro diplomatico che si é consumato a novembre quando le Nazioni Unite hanno concesso all’autorità palestinese lo status di “non-member observer state“, un significativo upgrade rispetto al precedente status molto piú generico (“observer entity”). É proprio alle Nazioni Unite che Google ha fatto riferimento per motivare la scelta. Il portavoce Nathan Tyler, ha spiegato che “We’re changing the name ‘Palestinian Territories’ to ‘Palestine’ across our products. We consult a number of sources and authorities when naming countries. In this case, we are following the lead of the UN, Icann [the Internet Corporation for Assigned Names and Numbers], ISO [International Organisation for Standardisation] and other international organisations.”

Ovviamente l’autorità palestinese ha accolto con favore il nuovo nome. Questo il commento di Sabri Saidam, uomo vicino al presidente Mahmoud Abbas: “Most of the traffic that happens now happens in the virtual world and this means putting Palestine on the virtual map as well as on the geographic maps”.

Parole molto interessanti, che confermano l’importanza strategica che la geopolitica digitale ha guadagnato in questi anni. Una geopolitica in cui si affacciano con forza nuovi protagonisti come Google, capaci di ridisegnare o quantomeno influenzare la mappa del potere globale.