Un blog e un libro su come i governi usano i social media per comunicare con i cittadini

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La Casa Bianca arriva anche su Instagram

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white house instagram

Salgono a 18 i social media nei quali la Casa Bianca ha un proprio profilo istituzionale. Da ieri il vertice dell’amministrazione americana è anche su Instagram, l’applicazione per dispositivi mobili che permette di scattare foto – e da pochi giorni anche girare brevi video – applicare filtri e condividere le immagini online.

Per la foto d’esordio è stato scelto l’elicottero presidenziale, il Marine One, che si alza in volo al tramonto. Sullo sfondo si intravede il Washington Monument, uno dei simboli della capitale. L’immagine raffigura l’inizio della vacanze per il Presidente Obama e la famiglia, che passeranno una decina di giorni in Africa, tra Senegal, Tanzania e Sud Africa. Sono già stati postati online anche due brevi video dell’arrivo a Dakar.

Chissà se nel corso della vacanza verranno pubblicate foto scattate dallo stesso Obama, così come aveva fatto sempre su Instagram il Presidente turco Abdullah Gul durante un safari in Kenya.

Dopo PinterestTumblr, la Casa Bianca ha scelto dunque di continuare a espandere la propria presenza nei social media. Anche su quelle piattaforme che potrebbero sembrare poco adatte all’ambito istituzionale, soprattutto perché richiedono una comunicazione visuale creativa e fuori dagli schemi tradizionali. Sarà interessante vedere come la squadra di comunicatori della Casa Bianca saprà gestire questa nuova sfida.

 

La diplomazia culturale e il soft power

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Rapporto British Council

Il Rapporto del British Council sulla diplomazia culturale

Influenza e Attrazione. La cultura e la competizione per il soft power nel XXI secolo”. Il titolo del rapporto appena pubblicato dal British Council sulla diplomazia culturale è piuttosto eloquente e mette subito in risalto lo stretto rapporto tra la dimensione culturale del potere e quella che il teorico del soft power Joseh Nye definì la capacità di attrazione dei Paesi.

Lo studio del British Council  è molto interessante per almeno un paio di motivi. Innanzitutto perché traccia una mappa della geopolitica culturale di vari Paesi (compresa l’Italia): presenza degli istituti culturali all’estero, scambi culturali, aree geografiche di maggior interesse. E in secondo luogo perché non si limita a fotografare l’attuale panorama, ma cerca di indagare le future tendenze della diplomazia culturale.

Era dal 2007, anno in cui uscì il rapporto “Cultural Diplomacy”, che mancava uno studio organico di questo tipo. E da quell’anno tante cose sono cambiate. A cominciare dall’esplosione del fenomeno dei social media. Un’onda tecnologica che ha travolto le nostre vite, rivoluzionando il modo di acquisire informazioni, costruire relazioni e scambiare cultura.

Il binomio social media – diplomazia culturale ha immense potenzialità. Una delle cinque proposte che avevo avanzato nel mio libro per la diplomazia digitale italiana si basava sulla lingua italiana. Non è il codice universale del business come l’inglese. Non è diffusa come lo spagnolo. Non è l’idioma del futuro come il cinese o l’arabo. Nonostante questo, è ai primi posti tra le lingue più studiate all’estero. Se utilizzata in chiave strategica, questa grande passione dei cittadini stranieri per la nostra lingua può divenire una straordinaria risorsa sulla quale costruire una campagna di comunicazione digitale ad ampio raggio. Altri Paesi, la Francia ad esempio, già lo fanno con buoni risultati. Alcuni nostri istituti di cultura hanno messo in campo iniziative encomiabili, ma ancora troppo sporadiche. Serve un disegno strategico. Non possiamo permetterci di rimanere indietro nella “competizione per il soft power nel XXI secolo”.

I segreti di un diplomatico digitale che non conosceva Twitter

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blog mcfaul

Il blog in russo dell’ambasciatore McFaul

“Nel gennaio del 2012, quando sono stato nominato ambasciatore americano in Russia avevo una dozzina di amici su Facebook e lo usavo pochissimo, non avevo mai letto un tweet e mai scritto un articolo su un blog”.

“Oggi ho 10,000 fan su Facebook, più di 44,000 follower su Twitter e, secondo un’agenzia di rating online, il mio blog è il sesto più influente in Russia. Con un tweet riesco a raggiungere un potenziale bacino di oltre mezzo milione di persone in 24 ore”.

Michael McFaul, rappresentante di Washington in Russia, racconta così il suo primo anno e mezzo da diplomatico digitale. In un lungo articolo sul sito del Council of American Ambassadors McFaul illustra il dietro le quinte di una vera e propria rivoluzione che sta tuttora coinvolgendo migliaia di diplomatici in tutto il mondo: il passaggio dal “no comment” all’esposizione diretta sui social media. Una lettura illuminante che offre tanti spunti su come le feluche possono gestire nel modo migliore i nuovi strumenti tecnologici.

Ecco alcuni passaggi degni di nota:

…I also learned quickly that you cannot just broadcast on Facebook or especially Twitter. You have to interact. If you don’t do it yourself, your followers quickly figure it out (when I have too many tweets in perfect Russian, people begin to get suspicious that it’s not me.). Twitter is also very fast. You have to respond, engage, answer questions quickly or else the conversation moves on.

…There is no question that social media has allowed me to interact with Russians who would not traditionally be able to meet a US Ambassador. I try hard to demonstrate my interest in interacting with everyone.

…You also have to spend some time reading the Twitter and Facebook feeds to get a sense of what is interesting for Russian social media users. As I have learned more about the content and styles of interaction on these platforms in Russia, I have adjusted my messaging.

E infine una conclusione piuttosto netta sul futuro rapporto tra diplomazia e social media:

I have no doubt that social media will continue to develop as an indispensable tool of every embassy around the world and every government around the world. We cannot stop technology.

La prima ambasciata a superare un milione di likes su Facebook

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La rappresentanza diplomatica più seguita al mondo e la prima a superare la fatidica soglia del milione di likes su Facebook è l’ambasciata degli Stati Uniti in Pakistan.

Una sorpresa. Per vari motivi. Innanzitutto perché Washington ha deciso di dare maggiore enfasi alla presenza sui social media in Pakistan “solo” verso la fine del 2011, più tardi rispetto ad altri Paesi. In secondo luogo perché dai sondaggi sull’immagine dell’America all’estero emerge spesso una radicata ostilità da parte dell’opinione pubblica pakistana nei confronti di un alleato molto generoso (nell’ottobre del 2009 il Congresso USA ha stanziato 7,5 miliardi di dollari di aiuti economici a Islamabad fino al 2014), ma percepito come troppo ingombrante. Infine, c’erano altre ambasciate a stelle e strisce, soprattutto quelle a Jakarta e al Cairo, che sembravano favorite nella competizione interna al Dipartimento di Stato per affermarsi come la rappresentanza diplomatica più seguita su Facebook.

pagina facebook pakistan

La pagina Facebook dell’ambasciata USA in Pakistan

In un articolo sul sito del Lowy Institute for International Policy, un’addetta stampa dell’ambasciata ha svelato alcune tattiche che in poco tempo hanno permesso all’ambasciata di costruire un seguito così numeroso e interattivo su Facebook:

We post content at regular intervals, primarily in the evenings when our audience is online, and try to engage consistently on each one. Every post elicits questions or comments that can easily be addressed and, while we do not respond to polemics or vitriol, we try to answer all the questions that we can. We don’t remove comments critical of the US or its foreign policy.

Il caso dell’ambasciata a Islamabad è molto interessante. Conferma innanzitutto il mix indispensabile per una comunicazione vincente sui social media: avvalersi di ottimi professionisti (il consolidamento della pagina Facebook è stato affidato a un veterano dei social media, Tim Receveur), definire una buona strategia e puntare su contenuti di valore calibrati sullo strumento. L’affermazione in un ambiente online ostile è soprattutto merito di questa combinazione. Il caso dimostra inoltre che con questi strumenti si possono instaurare relazioni con la popolazione più giovane (metà dei fan rientra nella fascia 18-24 anni), in passato fuori dall’ambito della comunicazione diplomatica tradizionale, anche nelle forme più aperte di public diplomacy.

Quando la Twiplomacy fallisce. Storie di profili Twitter abbandonati.

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twitter mali

Il profilo dell’ambasciata del Mali, abbandonato dopo il primo tweet.

Sono circa 100 le ambasciate straniere a Washington che hanno un account su Twitter. Tra queste anche la nostra, che si conferma una delle missioni diplomatiche più attive sul web. Il fenomeno della cosiddetta Twiplomacy sta spopolando negli Stati Uniti e ha innescato quasi una competizione online tra i vari Paesi per guadagnare la supremazia mediatica su Twitter. Ma cavalcare l’onda dei social media non è facile. E si rischia di cadere.

Il sito Buzzfeed ha trovato su Twitter nove account abbandonati di ambasciate con sede a Washington alle quali d’improvviso è venuta meno l’ispirazione. Pagine lasciate lì, a volte da anni, quasi in attesa che qualche nuovo funzionario più intraprendente venga a salvarle dall’oblio della rete.

I diplomatici dell’Honduras fino al 20 novembre 2009 annunciavano freneticamente eventi, conferenze stampa e cocktail. Poi più nulla. L’account del Mozambico si è fermato al 18 ottobre 2011 retweetando la notizia che in un anno 400mila persone erano state deportate dagli Stati Uniti. I diplomatici nigeriani sono spariti da Twitter dopo aver informato i loro 5.000 follower che finalmente erano pronti i nuovi passaporti a lettura ottica. L’account dell’Estonia ha avuto un ultimo sussulto il 30 luglio del 2009 rallegrandosi per il piazzamento della capitale Tallin tra le città più “intelligenti” al mondo.

Al primo posto di questa speciale classifica di #fail ci sono l’ambasciata del Mali, che ha chiuso i battenti dopo il primo tweet di benvenuto e quella della Serbia, che ha aperto il profilo e non ha mai pubblicato un tweet.

La lezione è chiara. Prima ancora di definire una strategia e un piano editoriale, occorre valutare attentamente la reale capacità – in termini di tempo, risorse umane e finanziarie – di gestire al meglio questi strumenti, di offrire contenuti di valore e di garantire una continuità nel tempo.

 

Politica e Web. La riscossa dei Repubblicani comincia da Facebook.

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Andy Barkett, 32 anni, ingegnere di Facebook e con un passato a Google, è stato nominato Chief Technology Officer (CTO) del Partito Repubblicano. Il primo nella lunga storia del Grand Old Party a ricoprire questo ruolo. Sarà lui a costruire l’infrastruttura per la gestione dei dati nelle prossime campagne elettorali, a partire dalle cruciali Midterm elections del 2014. Obiettivo: recuperare l’enorme divario tecnologico con il Partito Democratico, che grazie alla squadra capitanata dal genio dei dati Harper Reed, ha surclassato i repubblicani nelle ultime presidenziali vinte da Obama.

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Dibattito tra Obama e Romney nella campagna elettorale 2012

Per cercare di scalfire l’attuale supremazia tecnologica del Partito Democratico, i repubblicani hanno scelto di ripercorrere la stessa strada di Obama, che nel 2008 scelse tra i suoi primi collaboratori il giovanissimo Chris Hughes (classe 1983), co-fondatore di Facebook.

Si consolida dunque lo stretto rapporto tra Washington e la Silicon Valley, tra il potere politico e il mondo del web. Un’alleanza che ha caratterizzato anche lo sviluppo della diplomazia digitale del Dipartimento di Stato, dove l’ex-Senior Advisor per l’Innovazione Alec Ross (non proveniente dalla carriera diplomatica) ha guidato con bravura le feluche nel nuovo mondo dei social media.

Questa è la tendenza che arriva da oltreoceano: la politica e le istituzioni si avvalgono sempre più di professionalità esterne, di nuove competenze, di portatori d’innovazione. Scelti in base a merito e trasparenza. Aspetto da non sottovalutare. La ricerca di un CTO per il Partito Repubblicano è stata lanciata pubblicamente a marzo scorso. Importiamo dagli Stati Uniti queste buone pratiche. Non solo i guru.

 

Una strategia digitale per promuovere l’Italia all’estero

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“Oggi Talleyrand avrebbe un profilo Facebook, un account Twitter, organizzerebbe video-conferenze in streaming e, molto probabilmente, firmerebbe un seguitissimo blog”.

Comincia così la pagina speciale che il Corriere delle Comunicazioni ha dedicato oggi, domenica 2 giugno, alla diplomazia digitale. Un approfondimento con un articolo per fare il punto sul fenomeno e una mia intervista nella quale sottolineo l’importanza di dotarsi di una strategia ad hoc per la comunicazione digitale, così come hanno già fatto altri governi.

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L’articolo del Corriere delle Comunicazioni sulla diplomazia digitale

La decisione del Ministero degli Esteri britannico, che ha chiesto alla Rete idee per preparare la strategia digitale per il 2013, potrebbe essere un ottimo esempio da seguire. Come ha recentemente sottolineato il Vice Ministro degli Esteri Lapo Pistelli agli Stati Generali della Comunicazione Politica, la diplomazia digitale non è una questione di budget, ma di approccio culturale. Un positivo segnale di “modernità culturale” potrebbe essere proprio quello di aprire le istituzioni governative, non solo la Farnesina, alle competenze e alle proposte esterne per definire una strategia digitale con l’obiettivo di promuovere l’immagine e le politiche del nostro Paese a livello internazionale.