Un blog e un libro su come i governi usano i social media per comunicare con i cittadini

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La Corea del Nord invade Seul. Con un video su YouTube.

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Il cielo solcato da una pioggia di missili e bombe, carri armati che spazzano via le difese nemiche, generali che pianificano l’invasione, soldati che si spingono coraggiosamente all’attacco,  paracadutisti che si lanciano su Seul. Il tutto accompagnato da una voce narrante che tuona contro i nemici storici: Corea del Sud e Stati Uniti. Si presenta così il video caricato un paio di giorni fa sul canale YouTube ufficiale della Corea del Nord. Quattro minuti in stile B-movie anni ’70, nei quali si offre la simulazione di ciò che avverrà quando il regime di Pyongyang darà il fatidico ordine di attaccare i cugini del Sud.

I piani di attacco descritti nel video prevedono il lancio di 250 mila missili a media e lunga gittata che copriranno un blitz di 50 mila soldati delle forze speciali che attaccheranno Seul e prenderanno in ostaggio 150.000 americani. Diecimila paracadutisti e circa 7 mila carri armati apriranno poi la strada alle truppe di invasione. Nel giro di tre giorni le operazioni militari cesseranno e tutto sarà pronto per la grande riunificazione delle due Coree.

Il video suscita più sorrisi che preoccupazione, però conferma la tendenza che vede un crescente uso dei social media da parte della Corea del Nord. Un trend quasi paradossale visto che parliamo del Paese più isolato e chiuso del mondo, dove la maggior parte dei cittadini non sa neanche cosa sia internet.

In questi goffi tentativi di comunicazione online manca l’elemento fondamentale che caratterizza i social media: l’interazione con il pubblico, a cominciare proprio da quello che dovrebbe essere il principale target della propaganda del regime, ovvero i cittadini sudcoreani. La Legge sulla Sicurezza Nazionale approvata dal governo di Seul dispone infatti che ogni persona che si connetta o comunichi con un gruppo anti-governativo è soggetta a una pena massima di 10 anni di prigione. Una prospettiva che scoraggia qualsiasi velleità di interazione. Il solo seguire il profilo Twitter o il canale YouTube della Corea del Nord può costare a un coreano del Sud la galera.