Un blog e un libro su come i governi usano i social media per comunicare con i cittadini

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Se la diplomazia digitale diventa twiplomacy

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Come rivelato da Andrea Sandre sul blog della Diplo Foundation, “Twiplomacy” ha superato “Digital Diplomacy” sui motori di ricerca. Su Google il primo termine registra 148.000 risultati e il secondo poco più di 72.000. Numeri che evidenziano la rapida scalata di quella che in pochissimi mesi dalla sua comparsa si è accreditata come la parola magica per descrivere il fenomeno al quale ho dedicato il mio libro, ovvero l’uso dei social media in politica estera. Numeri che consacrano anche Twitter come strumento preferito dai politici mondiali. Basti pensare che nel nuovo sito dedicato all’e-diplomacy, l’agenzia francese France Presse ha preso in considerazione gli account Twitter per costruire la prima mappa del diplomazia online. Anche la società di consulenza Burson & Marsteller, nel suo recente rapporto sulla diplomazia digitale, ha esaminato gli account Twitter di vari politici per stilare la classifica dei leader più interattivi e dialoganti. Rapidità, sintesi, viralità, possibilità di raggiungere un’ampia audience di influencer. Grazie a questi punti di forza Twitter sembra aver surclassato gli altri social media nell’ambito della nuova comunicazione diplomatica online.

Nonostante questo successo, il termine Twiplomacy a me non convince. Perché è una semplificazione che rischia di stabilire un legame troppo stretto tra un processo (che è innanzitutto culturale) e un mero strumento. Come ho sottolineato nel mio libro, la diplomazia digitale “impone ai governi nuove sfide: trasformare la diffusione di messaggi in conversazioni con l’opinione pubblica, abbandonare il megafono e partecipare alle discussioni nelle agora virtuali, ascoltare le sollecitazioni e le proposte che provengono dal basso e stabilire un dialogo costruttivo con i cittadini”.

La vera diplomazia digitale non è aprire un account su Twitter, ma essere capaci di riformare il proprio approccio comunicativo e soprattutto i processi decisionali interni, aprendoli agli input che arrivano dalle conversazioni online.

Il rapporto tra diplomazia e internet è ancora in fase sperimentale ed è difficile prevedere le conseguenze che i social media potranno avere sui processi di definizione delle politiche internazionali degli Stati, ovvero se in futuro si determinerà un effettivo coinvolgimento dell’opinione pubblica attraverso la valorizzazione delle idee e la raccolta delle istanze provenienti dal dialogo online. Questo rimane il punto decisivo che caratterizzerà il futuro della diplomazia digitale. Non lo strumento per comunicare, sia esso Facebook, YouTube, Pinterest o magari il prossimo protagonista del web che farà sembrare Twitter (e la Twiplomacy) obsoleti.