Un blog e un libro su come i governi usano i social media per comunicare con i cittadini

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I governi del mondo scelgono Twitter

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twiplomacy 2013

Quasi l’80% dei 193 Paesi membri dell’ONU è presente su Twitter con profili di ministri degli esteri, capi di stato e di governo. L’account più popolare continua a essere quello del Presidente Usa Barack Obama, ma i leader più attivi e con più follower vengono a sorpresa dall’America Latina e dall’Africa.

La nuova ricerca sulla Twiplomacy presentata oggi dalla società di comunicazione Burson-Marsteller disegna una geopolitica digitale che vede due leader turchi, il Presidente Abdullah Gül e il Primo Ministro Recep Tayyip Erdoğan sul podio dei leader più seguiti, alle spalle di Obama. Nella speciale classifica dei primi cinquanta ci sono tanti ministri e capi di stato dell’America Latina, dall’argentina Cristina Kirchner al colombiano Enrique Pena Nieto, dalla brasiliana Dilma Roussef al messicano Juan Manuel Santos.

Il ministro degli Esteri svedese Carl Bildt vanta il primato di leader più connesso: segue e viene seguito da 44 suoi colleghi internazionali. Il record di politico più interattivo resta ben saldo nelle mani del Primo Ministro ugandese Amama Mbabazi: il 96% dei suoi tweet sono risposte ad altri utenti. Al secondo posto un altro africano, il Presidente del Ruanda Paul Kagame.

Lo studio conferma che Twitter si è imposto come il social media preferito dai leader del mondo. Il primo a utilizzarlo è stato Barack Obama il 5 marzo del 2007. L’ultimo il Presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas nel giugno scorso.

In questi anni i leader hanno inviato oltre un milione di tweet. Il più prolifico è stato l’account della presidenza venezuelana con una media di oltre 40 tweet al giorno.

 

La diplomazia culturale e il soft power

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Rapporto British Council

Il Rapporto del British Council sulla diplomazia culturale

Influenza e Attrazione. La cultura e la competizione per il soft power nel XXI secolo”. Il titolo del rapporto appena pubblicato dal British Council sulla diplomazia culturale è piuttosto eloquente e mette subito in risalto lo stretto rapporto tra la dimensione culturale del potere e quella che il teorico del soft power Joseh Nye definì la capacità di attrazione dei Paesi.

Lo studio del British Council  è molto interessante per almeno un paio di motivi. Innanzitutto perché traccia una mappa della geopolitica culturale di vari Paesi (compresa l’Italia): presenza degli istituti culturali all’estero, scambi culturali, aree geografiche di maggior interesse. E in secondo luogo perché non si limita a fotografare l’attuale panorama, ma cerca di indagare le future tendenze della diplomazia culturale.

Era dal 2007, anno in cui uscì il rapporto “Cultural Diplomacy”, che mancava uno studio organico di questo tipo. E da quell’anno tante cose sono cambiate. A cominciare dall’esplosione del fenomeno dei social media. Un’onda tecnologica che ha travolto le nostre vite, rivoluzionando il modo di acquisire informazioni, costruire relazioni e scambiare cultura.

Il binomio social media – diplomazia culturale ha immense potenzialità. Una delle cinque proposte che avevo avanzato nel mio libro per la diplomazia digitale italiana si basava sulla lingua italiana. Non è il codice universale del business come l’inglese. Non è diffusa come lo spagnolo. Non è l’idioma del futuro come il cinese o l’arabo. Nonostante questo, è ai primi posti tra le lingue più studiate all’estero. Se utilizzata in chiave strategica, questa grande passione dei cittadini stranieri per la nostra lingua può divenire una straordinaria risorsa sulla quale costruire una campagna di comunicazione digitale ad ampio raggio. Altri Paesi, la Francia ad esempio, già lo fanno con buoni risultati. Alcuni nostri istituti di cultura hanno messo in campo iniziative encomiabili, ma ancora troppo sporadiche. Serve un disegno strategico. Non possiamo permetterci di rimanere indietro nella “competizione per il soft power nel XXI secolo”.

Una strategia digitale per promuovere l’Italia all’estero

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“Oggi Talleyrand avrebbe un profilo Facebook, un account Twitter, organizzerebbe video-conferenze in streaming e, molto probabilmente, firmerebbe un seguitissimo blog”.

Comincia così la pagina speciale che il Corriere delle Comunicazioni ha dedicato oggi, domenica 2 giugno, alla diplomazia digitale. Un approfondimento con un articolo per fare il punto sul fenomeno e una mia intervista nella quale sottolineo l’importanza di dotarsi di una strategia ad hoc per la comunicazione digitale, così come hanno già fatto altri governi.

articolo cor comunicazioni

L’articolo del Corriere delle Comunicazioni sulla diplomazia digitale

La decisione del Ministero degli Esteri britannico, che ha chiesto alla Rete idee per preparare la strategia digitale per il 2013, potrebbe essere un ottimo esempio da seguire. Come ha recentemente sottolineato il Vice Ministro degli Esteri Lapo Pistelli agli Stati Generali della Comunicazione Politica, la diplomazia digitale non è una questione di budget, ma di approccio culturale. Un positivo segnale di “modernità culturale” potrebbe essere proprio quello di aprire le istituzioni governative, non solo la Farnesina, alle competenze e alle proposte esterne per definire una strategia digitale con l’obiettivo di promuovere l’immagine e le politiche del nostro Paese a livello internazionale.

Il diplomatico digitale? Deve essere come un bravo cuoco

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“Il diplomatico è un uomo che ci pensa due volte prima di non dire nulla”. Così Edward Heath, ex-primo ministro britannico negli anni ’70, sintetizzava la (non) comunicazione delle feluche. Una battuta che oggi suona ormai obsoleta di fronte agli account su Twitter dei Ministri degli Esteri, ai video su YouTube degli ambasciatori o alle pagine Facebook delle missioni diplomatiche.

Il tema di come le nuove tecnologie stanno cambiando la figura del diplomatico e quali sfide pongono ad una delle professioni più antiche del mondo è al centro di un interessante Tedx Talk in inglese che Stefano Baldi, Direttore dell’Istituto Diplomatico della Farnesina, ha tenuto recentemente a Trento e che è ora disponibile online.

I diplomatici – sottolinea Baldi – possono essere uno dei migliori esempi del mix tra innovazione e tradizione. Devono essere versatili  e saper usare bene le nuove tecnologie per far sì che la loro attività sia incisiva. Come dei bravi cuochi, nel loro lavoro i diplomatici devono essere in grado di miscelare vari elementi, quelli tradizionali e quelli più innovativi”.

 

Il Segretario Kerry conferma: la diplomazia del futuro sarà digitale

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dipnote

La nuova veste grafica di DipNote

“Il termine diplomazia digitale è ridondante. Si tratta di diplomazia. Punto.” Con questa frase tranchant il Segretario di Stato John Kerry ha fugato i dubbi di chi temeva che il nuovo inquilino di Foggy Bottom potesse frenare o quantomeno ripensare lo sviluppo digitale della politica estera americana avviato da Hillary Clinton.

John Kerry è intervenuto ieri firmando il primo post della nuova versione aggiornata di DipNote, il blog del Dipartimento di Stato che lo scorso settembre ha compiuto i primi cinque anni.

Le sue parole, accompagnate da una sincera dose di enfasi, sono un’interessante riflessione programmatica per i prossimi anni, nei quali la diplomazia americana appare sempre più intenzionata a lavorare a stretto contatto con l’innovazione digitale.

So of course there’s no such thing any more as effective diplomacy that doesn’t put a sophisticated use of technology at the center of all we’re doing to help advance our foreign policy objectives, bridge gaps between people across the globe, and engage with people around the world and right here at home.

L’articolo si chiude evidenziando quella che dovrebbe essere la funzione principale delle nuove tecnologie in diplomazia: la costruzione di un rapporto nuovo e interattivo con i cittadini stranieri per creare un terreno comune di dialogo e partecipazione.

Most importantly, I want to use technology to hear from all of you; to understand your concerns; and to tap into the expertise of those outside the State Department.  By using these tools, we can create dialogue among the broadest possible audience, and begin to find common ground — and after all, that’s what diplomacy’s all about.

 

Conflitto: prevenire, porre fine, affrontare le sue conseguenze

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Oggi ho il piacere di ospitare sul mio blog un intervento dell’Ambasciatore britannico presso la Santa Sede Nigel Baker sui conflitti e sulle tragiche ripercussioni per le popolazioni. Un tema attualissimo, che in questi giorni è stato affrontato dal G8 dei Ministri degli Esteri.

 

foto Nigel Baker

L’ambasciatore Nigel Baker

Il G8 dei Ministri degli Esteri si è riunito questa settimana a Londra, nell’ambito della Presidenza del Regno Unito del G8 quest’anno. Come messo in luce dalla loro dichiarazione, i Ministri hanno affrontato tra loro le questioni principali all’ordine del giorno: Siria, Iran, Corea del Nord ed il processo di pace in Medio Oriente. Ma i Ministri dei paesi G8 non hanno soltanto spento il fuoco.

Il punto focale della Presidenza britannica continua ad essere in molta parte nel lungo termine, sul bisogno strategico di prevenire il conflitto, le vie pratiche per trattare le sue conseguenze, in particolare l’impatto devastante su uomini, donne, bambini innocenti trovatisi coinvolti.

Come ho detto alla Radio Vaticana questa settimana, uno degli aspetti più devastanti del conflitto moderno, è l’uso dello stupro come un’arma di guerra. All’urgenza del Regno Unito, che con il Ministro degli Esteri William Hague ha fatto di questo una priorità della propria politica estera, i Ministri degli Esteri hanno approvato una Dichiarazione sulla Prevenzione della Violenza Sessuale nei Conflitti.

Questo documento enuncia le vie pratiche per affrontare la cultura dell’impunità che circonda la violenza sessuale nei conflitti, assicurando che aumenti il numero dei perpetratori assicurati alla giustizia, e che inizi il processo di costruire una coalizione internazionale forte ed efficace per affrontare il problema. La sua scala è immensa. Le cifre delle Nazioni Unite suggeriscono che 500,000 donne sono state stuprate solo nella Repubblica Democratica del Congo. Papa Francesco ha parlato di conflitto e delle sue conseguenze con il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon l’8 aprile scorso. Il Regno Unito, insieme al G8, sta rispondendo al richiamo del Papa ad un’azione urgente. Restiamo in viva attesa del sostegno della Santa Sede a questa importante iniziativa.

I paesi che sono passati attraverso conflitti possono essere aiutati a ritornare alla prosperità. Il G8 si è incentrato in particolare su Birmania e Somalia, guardando a rafforzare un nuovo impegno di entrambi i paesi verso strutture economiche globali ed investitori responsabili, la strada più sicura alla ripresa politica ed economica nel lungo termine. Ci vuole tempo per affrontare cicli di conflitti ed instabilità, ed uno sforzo sostenuto. Il G8 non ha tutte le risposte. Ma mantiene la volontà, il senso di responsabilità globale, di continuare a provare. Questa è l’essenza della Presidenza britannica del G8.

Nigel Baker, Ambasciatore britannico presso la Santa Sede

Testo originale in inglese: http://blogs.fco.gov.uk/nigelbaker/2013/04/12/conflict-preventing-it-ending-it-dealing-with-its-consequences/

“Caro Ministro”, un anno di diplomazia sui social media

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“La diplomazia non ha paura dei social network, semplicemente perché oggi come oggi la diplomazia è anche social e digital network. Si può avere paura di se stessi, di una parte di sé”?

È una delle frasi che mi è piaciuta di più dell’ebook “Caro Ministro”, una lunga intervista curata dal consigliere ed esperto di comunicazione Luca Poma al titolare della Farnesina Giulio Terzi. Uscito nei giorni scorsi sulle più note piattaforme per ebook, tra le quali Amazon e iTunes, il testo ripercorre più di un anno di politica estera vissuta sui social media, in particolare su Twitter e Facebook. Realizzato integralmente raccogliendo istanze, suggerimenti e critiche contenute nelle discussioni che hanno coinvolto il Ministro, la pubblicazione si propone anche come un’anticipazione di quella che sarà la diplomazia del futuro, aperta al confronto e al dialogo con la cittadinanza e sempre più online in modo trasparente.

 

tweet Terzi su chico forti

Un tweet di Terzi su Chico Forti. Uno dei casi di grande engagement online citati nel libro.

 

Il testo è molto interessante per almeno due motivi. Si tratta innanzitutto della prima testimonianza di questo genere a livello internazionale da parte di un ministro degli Esteri, che ha scelto di raccontare apertamente il suo rapporto con strumenti la cui natura è piuttosto distante dalla tradizionale comunicazione diplomatica. In secondo luogo, il libro permette di scoprire e analizzare il pubblico che interagisce online con il ministro. Dal generale che interviene puntigliosamente sulla questione dei marò alla signora filippina che vuole portare le due figlie in Italia, dai professori del Politecnico di Torino che spingono affinché il governo prenda posizione sulla libertà di Internet agli alunni di una scuola di Genova che chiedono al ministro di consegnare temi e disegni ai bambini siriani ospitati nei campi profughi.

“Grazie alle loro storie, ai loro commenti e anche alle loro critiche – ha commentato Terzi – credo di essere riuscito a mostrare quanto la politica estera e la diplomazia riguardino da vicino gli interessi concreti e le preoccupazioni di tutti i giorni dei nostri cittadini, che si trovino essi all’estero o in Italia”

Il libro è scaricabile al prezzo simbolico 0,99 e il ricavato verrà interamente donato all’Unicef per i programmi delle Nazioni Unite a favore dei bambini soldato.

 

La “twitpic diplomacy” di William Hague

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Il ministro degli Esteri britannico William Hague ha appena concluso una missione in Libia, Giordania e Siria. Un viaggio attraverso fronti caldi del panorama internazionale, che Hague ha scelto di raccontare in diretta su Twitter pubblicando immagini degli spostamenti e degli incontri con i politici e con le popolazioni locali.

Scattate probabilmente da uno smartphone, le foto non hanno certo una qualità eccelsa, sono a volte sfocate o sovraesposte. Ma trasmettono autenticità. Non falsate da pose artificiose o elaborazioni con photoshop, descrivono in modo semplice e diretto il lavoro dietro le quinte delle feluche.

Un ottimo approccio alla cosiddetta e-diplomacy: spogliarsi della tradizionale formalità dell’ambiente diplomatico e utilizzare il linguaggio (in questo caso visivo) più genuino del web.

Ecco alcune delle immagini scattate da William Hague:

 

La nuova Russia di Putin scommette sulla diplomazia digitale

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Dopo l’ex-presidente Dmitry Medvedev, che curava un blog e usava spesso Twitter dal suo fidato iPad, il nuovo inquilino del Cremlino Vladimir Putin ha deciso di puntare sulla diplomazia digitale per migliorare l’immagine della Russia all’estero.

In un discorso tenuto lunedì scorso alla conferenza annuale degli ambasciatori russi, Putin ha spronato i diplomatici a utilizzare i nuovi strumenti tecnologici per correggere quella che, secondo le sue stesse parole, è “un’immagine distorta, che non riflette la reale situazione del Paese e il suo contributo al progresso globale, alla scienza e alla cultura. Il nostro errore – ha evidenziato Putin – è che non spieghiamo bene le nostre politiche”.

 

 

Il ministero degli Esteri russo è già al lavoro sul versante della diplomazia digitale. Pochi giorni fa ha aperto un canale su YouTube e a breve dovrebbe essere inaugurata la pagina Facebook ufficiale. Le singole ambasciate sono state esortate ad attivare propri profili su Twitter, dove al momento sono presenti circa 40 missioni diplomatiche.

Secondo la classifica stilata dalla nuova piattaforma dell’Agence France Presse dedicata alla e-diplomacy, la Russia è al 14° posto al mondo per l’uso dei nuovi strumenti digitali in diplomazia. Troppo poco per un Paese che aspira a riconquistare il palcoscenico globale attraverso risorse energetiche, crescita economica e rapporti strategici con i nuovi Paesi emergenti. Nella visione del Cremlino, questo processo deve essere accompagnato anche da un preciso piano di comunicazione su un terreno, il web, sul quale finora Putin è stato apertamente sfidato dall’opposizione interna, che da mesi denuncia i soprusi del nuovo presidente russo. Non sarà una sfida facile per Mosca. E di certo non basterà una spolverata di diplomazia digitale per dare credibilità a un governo che su libertà di espressione e diritti civili continua a essere visto con sospetto da buona parte della comunità internazionale.

La Farnesina potenzia l’analisi semantica del web

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La diplomazia digitale è prima di tutto ascolto. Poi vengono la comunicazione e l’interazione con gli utenti. Lo sa bene l’Unità di Crisi della Farnesina, che ha rinnovato nei giorni scorsi la collaborazione con la società Expert System per il potenziamento della piattaforma di analisi semantica Cogito Intelligence Platform per il recupero dei dati strategici.

 

Sito web dell'Unità di Crisi della Farnesina

Sito web dell'Unità di Crisi della Farnesina

 

Grazie alla capacità di comprendere il significato di frasi e parole, la piattaforma offre all’Unità di Crisi una visione più rapida e completa delle informazioni funzionali a delineare lo scenario di rischio e facilitare così le decisioni operative. Gli scenari internazionali in continua evoluzione e la crescita esponenziale delle informazioni disponibili online hanno aumentato sempre più l’importanza di questi strumenti analitici, che vengono utilizzati da istituzioni e aziende che devono monitorare costantemente il quadro internazionale e informativo.

“Il web contiene importanti indicatori delle situazioni di rischio, ma senza sofisticati strumenti è difficile intercettarli e trarne vantaggio”, ha commentato il Consigliere Claudio Taffuri, Capo dell’Unità di Crisi della Farnesina. “La tecnologia semantica, identificando con maggiore tempestività e precisione i dati strategici, ci consente di prendere decisioni più consapevoli e svolgere al meglio il nostro compito”.

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