Un blog e un libro su come i governi usano i social media per comunicare con i cittadini

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I social media portano voti? Qualche dato dagli USA.

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Il recente arrivo su Twitter e Facebook del Presidente del Consiglio Mario Monti e l’apertura di profili social da parte di diversi politici in vista delle elezioni ha riacceso una “vecchia” questione: i social media riescono a spostare voti? O l’elettore medio attivo in rete è già schierato e difficilmente influenzabile?

 

L'incontro tra Obama e Romney alla Casa Bianca, dopo le elezioni

Qualche giorno fa è stato pubblicato uno studio condotto dalla ORI, una società di ricerche di mercato, e dalla George Washington Graduate School of Political Management, sull’impatto che i social media avrebbero avuto nelle elezioni presidenziali americane dello scorso novembre. Ecco qualche numero:

  • Il 29% del campione ha dichiarato che i social media sono stati da  “moderatamente” a “estremamente” influenti nella definizione delle opinioni sui candidati e sui temi elettorali.
  • il 63% ha detto che la qualità delle informazioni sui social media è stata uguale o migliore rispetto a quella dei media tradizionali (ma la tv rimane la principale fonte di informazione).
  • Il 41% ha affermato di aver preso parte a discussioni politiche nelle proprie reti sociali e il 28% ha dichiarato apertamente il proprio voto politico.
  • Il 77% ha donato fondi online.

La ricerca completa contiene altri dati interessanti da approfondire. Su uno vale la pena soffermarsi: il 29% che dichiara di essere stato influenzato dai social media. Una percentuale abbastanza alta, da prendere con la dovuta cautela. Sarebbe superficiale interpretare questo numero affermando che quasi un elettore su tre ha votato in base alle informazioni ottenute sui social media. Qui il concetto di influenza risulta assai ambiguo, visto che si potrebbe anche intendere che il flusso di informazioni e le interazioni sulle reti sociali abbiano confermato opinioni o intenzioni di voto già più o meno chiare. Rimane comunque interessante il quadro più ampio offerto dalla ricerca, che mette in luce molta attenzione e fiducia verso le informazioni scambiate sui social media e una predisposizione abbastanza alta degli utenti a discutere di politica online. Due aspetti che, da punti di vista diversi, confermano come i social media possano avere un ruolo non marginale nel determinare una certa influenza sulle dinamiche di voto.

Le elezioni si vincono con le idee, non con la tecnologia. Anche nella politica 2.0

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La campagna elettorale di quest’anno non è stata vinta dalla tecnologia. Alla vittoria finale ci hanno pensato Obama, il suo incredibile staff, le idee e il messaggio che è stato trasmesso al popolo americano. La tecnologia è stata soltanto uno strumento di supporto“.

Si apre cosí l’intervista che la rivista Studio ha dedicato a Harper Reed, Chief Technology Officer della campagna che ha portato alla rielezione di Obama. 34 anni, personaggio eclettico e originale, Reed è stato uno dei creatori degli innovativi strumenti, come ad esempio la Dashboard, che hanno contribuito a organizzare in modo piú efficiente la campagna elettorale.

Harper Reed

Una foto di Harper Reed tratta dal suo sito

“Il ruolo del team tecnologico – spiega – è stato quello di attuare piccoli miglioramenti la cui somma ha prodotto importanti risparmi di tempo e denaro. Così se ogni singolo miglioramento è di per se marginale, applicato su larga scala diventa importantissimo…Dashboard ad esempio un’idea molto semplice che è stata capace di eliminare l’intermediario tra i volontari sul territorio e i quartieri generali facendo risparmiare tempo e soldi”

Le parole di Reed aiutano a porre nella giusta prospettiva il ruolo, troppo spesso sopravvalutato, degli strumenti tecnologici e in particolare dei social media nelle campagne elettorali. Contenuti di spessore, idee innovative e messaggi che ispirano i cittadini. La strada verso la vittoria passa sempre da lí. Anche nella politica 2.0.

Le elezioni non si vincono sul web. Ma il web aiuta a vincerle.

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125 milioni di contatti personali tramite telefonate, attività di porta-a-porta e incontri svolti da quasi 700mila volontari. È il dato che mi ha più impressionato della presentazione fatta ieri sera alla Camera dei Deputati da Michael Slaby, Chief Integration and Innovation Officer della campagna elettorale di Obama.

Michael Slaby

Tre ragioni per le quali vale la pena soffermarsi su questo numero:

1)      Il forte “accento tecnologico” della campagna: il fatto che l’enorme attività sul campo delle migliaia di volontari in tutto il Paese sia stata attentamente catalogata, analizzata e integrata tramite piattaforme innovative con il resto dei dati provenienti da altri ambiti della campagna, come l’attività sul web, il marketing tramite email, la pubblicità o il fundraising.

2)      La grande capacità di mobilitazione che la politica americana ancora riesce ad esercitare, nonostante il calo della fiducia nei confronti delle istituzioni che accompagna in particolare questa fase di crisi economica.

3)      I 125 milioni di contatti sono avvenuti “offline”, ma sono stati generati soprattutto, ma non solo, grazie alla comunicazione online, il cui obiettivo era proprio quello di incitare e motivare le persone a sostenere concretamente il candidato, non solo a votarlo.

Quando si discute della campagna elettorale americana, in particolare di quella di Obama, ci si sofferma spesso sul ruolo cruciale dei social media, senza però tenere conto che le nuove tecnologie digitali possono sì aiutare a spostare voti, ma sono soprattutto degli ottimi strumenti di mobilitazione. Le elezioni non si vincono sul web, ma il web può aiutare a vincerle. Per questo è fondamentale stabilire nella strategia dei canali di collegamento tra la comunicazione online e quell’attività sul campo che, anche nell’epoca delle piattaforme virtuali e della realtà aumentata, rimane decisiva. Un suggerimento che vale anche per la diplomazia digitale.

I segreti della campagna digitale di Obama

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Laura Olin, 31 anni, consulente di comunicazione online, responsabile del social media team di Obama. È stata lei il giorno della rielezione a scegliere la foto della vittoria, che in poche ore è diventata la più condivisa nella storia del web: l’abbraccio tra il Presidente e la moglie Michelle.

Credit: Scout Tufankjian, Obama for America

In un’intervista al Daily Beast, la Olin racconta per la prima volta il dietro le quinte di quel giorno indimenticabile e soprattutto ci offre un’interessante visione da insider della campagna digitale che ha portato alla rielezione di Obama.

“Quella foto è stata scelta sul momento, ma durante la campagna i titoli di ogni email venivano accuratamente decisi sulla base di statistiche e analisi del traffico web”, si legge nell’articolo, dal quale emerge la meticolosità con la quale è stata gestita l’attività online. Compresa un’attenta suddivisione dei contenuti tra i vari profili della campagna, tutti coordinati dalla stessa squadra: “Joe Biden parlava molto di veterani o di temi cari alla classe media e ai colletti blu. Michelle Obama interveniva di più su istruzione, donne, salute e nutrizione”.

Il gran lavoro svolto sui contenuti emerge anche da un’ammissione della Olin: “i membri del team sono stati scelti non solo sulla base di un’ottima conoscenza dei social media, ma anche per la loro attenzione all’accuratezza e al controllo dei dati”.

Un ultimo passaggio degno di nota: “tutte le decisioni venivano prese da noi – sottolinea la Olin – non ricevevamo nessuna direttiva dalla Casa Bianca”. Che si traduce in: stabilire una strategia e un piano d’azione, ma poi delegare e dare autonomia alle strutture; rendere fluidi i processi di definizione dei contenuti; accettare di perdere parte del controllo sul messaggio. Tutti ottimi insegnamenti anche per la diplomazia digitale.

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