Un blog e un libro su come i governi usano i social media per comunicare con i cittadini

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I quattro obiettivi del profilo Twitter di Rouhani

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rouhani twitter

Sul sito di Sky Tg24 Federico Guerrini ha scritto un ottimo articolo, “Nucleare, l’Iran e la strategia del cinguettio”, sull’attivismo del governo iraniano sui social media nella decisiva fase finale dei negoziati che hanno portato alla firma dello storico accordo sul nucleare.

L’articolo si sofferma soprattutto su Twitter e sottolinea in particolare l’impegno in prima persona del presidente Hassan Rouhani, che ha creato un account in persiano e uno in inglese. Nel pezzo ci sono alcune mie considerazioni che ritengo importante condividere anche qui sul blog, perché il profilo in inglese del leader iraniano rappresenta al momento il caso più interessante di diplomazia digitale in 140 caratteri.

L’analisi dell’esordio di Rohuani su Twitter suggerisce quattro obiettivi principali:

  • veicolare informazioni di prima mano senza l’intermediazione del sistema mediatico ‘occidentale’;
  • consolidare un rapporto nuovo e di maggiore interlocuzione con i principali reporter stranieri, spesso citati nei tweet;
  • cercare di influenzare l’opinione pubblica internazionale per creare una base di consenso che dia maggiori margini di manovra nei negoziati;
  • accreditare una nuova immagine dell’Iran dopo l’oscurantismo di Ahmadinejad.

Il punto debole finora è la mancanza d’interazione con gli utenti. Chi gestisce il profilo non risponde mai a domande, commenti e critiche degli utenti. Attivare delle conversazioni online potrebbe essere il passo in avanti simbolico verso la decisione che tutti ormai attendono: l’eliminazione dei filtri che impediscono ai cittadini iraniani di accedere ai principali social media.

 

Twitter e organizzazioni internazionali, un binomio sempre più stretto

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L'account Twitter dell'Unicef, il più seguito a livello globale

L’account Twitter dell’Unicef, il più seguito a livello globale

Nel luglio del 2012 il Cern mandò un tweet per comunicare una delle più straordinarie scoperte scientifiche degli ultimi anni: l’osservazione del Bosone di Higgs.

Si tratta di uno degli esempi più eclatanti della cosiddetta strategia “Twitter first”, ovvero l’uso del popolare social media come primo canale d’informazione per il pubblico, con notizie date in anteprima rispetto alle agenzie stampa e agli altri media tradizionali.

Negli ultimi cinque anni, da quando la piattaforma di microblogging ha cominciato a imporsi nell’Olimpo dei mezzi di comunicazione, le organizzazioni internazionali stanno utilizzando sempre di più i messaggi da 140 caratteri per promuovere la loro attività, sensibilizzare l’opinione pubblica, fare pressione sui governi e raccogliere fondi.

L’ultimo rapporto presentato alcuni giorni fa dalla società di Public Relation Burson-Marsteller scatta una fotografia molto interessante della cosiddetta Twiplomacy nell’ambito delle organizzazioni internazionali.

Al primo posto come numero di follower troviamo l’@Unicef (oltre due milioni), che precede la Nazioni Unite (@UN), il World Economic Forum (@Davos), l’agenzia ONU per i Rifugiati (@Refugees) e il @WWF.

Tra gli account personali dei leader delle organizzazioni, spicca quello di Nabil Elaraby, Segretario della Lega Araba, che surclassa il Direttore Generale del Fondo Monetario Christine Lagarde e il Segretario della Nato Ander Fogh Rasmussen. Non una sorpresa, vista la crescita esponenziale di Twitter nei Paesi arabi e il suo ruolo nelle recenti rivoluzioni.

A parte il numero di follower, più interessante è notare il livello di conversazione di questi account. Il più attivo è Richard Sezibera, Segretario Generale della East African Community: più del 65% dei suoi tweet sono risposte a domande o commenti di altri utenti. Al secondo posto troviamo @DonaldKaberuka, Presidente dell’African Development Bank. Una conferma per l’Africa, continente che domina anche la classifica dei leader di governo più interattivi su Twitter.

Il Dipartimento di Stato punta di nuovo sulla comunicazione digitale

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Macom Phillips

Il profilo Twitter di Macom Phillips

Macom Phillips è il nuovo responsabile del Bureau of International Information Programs, il cuore nevralgico della comunicazione verso l’estero del Dipartimento di Stato americano.

35 anni, ex Direttore dei New Media della Casa Bianca e protagonista della campagna elettorale di Barack Obama del 2008, Phillips è stato nominato dal Segretario Kerry per dare nuove vigore alla comunicazione di Foggy Bottom, in particolare sui social media. Compito non facile. Dopo il forte impulso al digitale dato dall’ex Segretario Hillary Clinton e dal suo Advisor per l’Innovazione Alec Ross, ora è il momento di gestire e rafforzare le relazioni con una comunità online di quasi 30 milioni di persone che guarda agli Stati Uniti con sentimenti a volte contrastanti.

Il Bureau non si occupa solo di Internet, ma la scelta di Macom Phillips lascia presagire che la comunicazione online rivestirà un ruolo rilevante durante la nuova era di Kerry. Phillips infatti vanta nel suo curriculum anni di lavoro per la Blue State Digital, l’agenzia che ha seguito la comunicazione online di Obama sin dagli esordi e vera fucina di talenti digitali.

Phillips riporterà direttamente al nuovo Sottosegretario per la Public Diplomacy Richard Stengel, ex-direttore della rivista Time. Una vecchia volpe del giornalismo e un esperto digitale al servizio della diplomazia. Un’accoppiata da tenere d’occhio.

 

Il nuovo Iran di Rouhani si costruisce anche su Twitter

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Il profilo in inglese di Hassan Rouhani

Grande risalto sui media internazionali per le parole pronunciate dal Presidente iraniano Hassan Rouhani durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York: “l’Iran è pronto ad avviare un negoziato immediato sul dossier nucleare, siamo interessati a un accordo-quadro con gli Stati Uniti”. La mossa di apertura politica, che ha colto di sorpresa molti diplomatici, è stata accompagnata anche da una sapiente regia di comunicazione. In particolare sul nuovo account Twitter del leader iraniano.

L’attività del profilo in inglese si è intensificata proprio a ridosso del 24 settembre, giorno di apertura dell’evento Onu, ed è poi proseguita con una media di 6-7 tweet al giorno con dichiarazioni, link a documenti, foto e dettagli degli appuntamenti in agenda. Un uso attento e prolifico che presenta almeno tre elementi di spiccato interesse.

1)      Innanzitutto vedere così attivo sui social media il successore di Mahmud Ahmadinejad è un segnale di cui tenere conto anche per l’evoluzione della libertà di informazione e di comunicazione online in un Paese nel quale, è doveroso ricordarlo, l’uso delle principali piattaforme è tuttora proibito. Niente illusioni, ma l’intenzione (ben calcolata) di prendere le distanze dal precedente governo potrebbe portare anche a qualche novità su questo delicato versante.

2)      La scelta di aprire due account, uno in iraniano e uno in inglese, rivela una precisa strategia di diplomazia digitale che ha come audience di riferimento l’opinione pubblica internazionale che spesso Teheran reputa oggetto di disinformazione da parte dei media occidentali. Sembra di intravedere un probabile tentativo di bypassare i media e raggiungere direttamente il target.

3)      È piuttosto evidente che le fila dell’account sono mosse da uno staff preparato. I messaggi tendono ad avere uno stile informale, ma mancano ancora interazione e dialogo con gli utenti. C’è invece il tentativo di stabilire relazioni virtuali, tramite retweet e menzioni, con interlocutori di un certo livello: capi di governo, ministri degli esteri e importanti giornalisti occidentali, come Christiane Amanpour, Charlie Rose e Anderson Cooper. Una mossa non scontata e interessante da seguire.

Arriva il nuovo ambasciatore Usa in Italia. E si presenta su YouTube.

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John R. Philips, nuovo ambasciatore Usa, arriverà domani a Roma. E intanto si presenta ai cittadini italiani con un video su YouTube.

Una consuetudine che ha preso piede già da un paio d’anni al Dipartimento di Stato. Ormai quasi tutti gli ambasciatori pubblicano prima di partire per la sede di destinazione un video nel quale raccontano la loro storia personale e professionale. Spesso con aneddoti sulla vita privata che relegano la discrezione e la riservatezza al passato della comunicazione diplomatica.

I video su YouTube rappresentano anche un elemento di forte discontinuità con secoli di rigidi protocolli, visto che la loro pubblicazione online precede la cerimonia dello scambio delle lettere credenziali, con la quale il diplomatico viene formalmente accolto e può così cominciare la sua attività.

Un altro esempio di come la comunicazione online sta rivoluzionando contenuti e forme della diplomazia.

Il governo iraniano sbarca su Facebook per far sentire la sua voce

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La pagina Facebook del Presidente Rouhani

La pagina Facebook del Presidente Rouhani

Dando seguito a una sollecitazione arrivata direttamente dal Presidente Hasan Rouhani, negli ultimi giorni tutti i ministri del nuovo governo iraniano hanno aperto  un profilo su Facebook.

Un tentativo, che per ora appare assai velleitario, di migliorare l’immagine del regime e prendere le distanze dall’era di Ahmadinejad‎, molto  duro nei confronti dei social media e obiettivo di quella che nel 2009 è passata alla storia come la prima grande “Twitter Revolution”.

Lo sbarco dei ministri su Facebook è una notizia paradossale, visto che in Iran è vietato l’accesso al social network più popolare del mondo. Molti lo interpretano comunque come un primo segnale di maggiore tolleranza verso Internet. Era stato lo stesso Rouhani, durante la campagna elettorale dello scorso giugno, a promettere più trasparenza e apertura sul Web.

Sarebbe sbagliato però farsi facili illusioni: la strada verso una Rete libera in Iran è ancora in salita. Il responsabile governativo della supervisione dei contenuti online, Gholam Hossein Mohseni Ejehei, ha subito chiarito che al momento non è prevista alcuna attenuazione dei filtri su Facebook e su altri siti ritenuti pericolosi per la stabilità politica e sociale del Paese. Inoltre, alcuni importanti membri del governo (il ministro delle comunicazioni e quello del petrolio) hanno preso le distanze dalle pagine Facebook, segnalandole come non ufficiali.

Nel frattempo il profilo di Rouhani sta guadagnando un crescente numero di fan, soprattutto iraniani fuoriusciti e alcuni utenti stranieri, visto che probabilmente gli iraniani che si collegano a Facebook aggirando la censura tramite server alternativi non hanno alcun interesse a uscire allo scoperto seguendo il capo del governo.

La tempistica delle nuove pagine Facebook non sembra casuale e suggerisce anche motivazioni di diplomazia digitale. Con i venti di guerra in Siria, l’acuirsi delle tensioni in Medio Oriente e il delicato confronto diplomatico tra i Paesi, l’Iran ha l’interesse strategico a ritagliarsi uno spazio online per far sentire la propria voce nell’acceso dibattito sulla crisi siriana.

 

Nuova sfida diplomatica per il Kosovo: il riconoscimento digitale

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il nuovo sito Digital Kosovo

il nuovo sito Digital Kosovo

Fino a qualche anno fa il riconoscimento ufficiale da parte dei governi stranieri e delle principali organizzazioni internazionali era l’obiettivo più ambito dei nuovi Stati o dei movimenti separatisti. Ora non basta più. Nell’era di Internet l’autodeterminazione dei popoli richiede il bisogno di essere riconosciuti dai motori di ricerca, dai principali siti e dai social network. È questa la battaglia diplomatica lanciata dal governo kosovaro, che due giorni fa ha inaugurato la versione ufficiale del portale “Digital Kosovo”.

L’iniziativa, nata con la collaborazione del British Council e dell’ambasciata norvegese, mira a far includere il piccolo stato balcanico in tutti i siti nei quali gli utenti devono compilare dei moduli nei quali finora non compariva l’opzione Kosovo. Si legge nel sito che “this initiative seeks to help overcome these virtual barriers and advance Kosovo’s digital presence across major websites around the world, so that citizen of Kosovo can access the internet in the same way as all global citizens”.

Primo successo a favore del riconoscimento digitale di Pristina è stato l’inserimento del Kosovo nei Paesi disponibili su Google e LinkedIn. Cambiano le tecnologie e si rinnovano anche le sfide diplomatiche.

 

Innovazione e social media. Così Israele cerca di attirare turisti e investimenti.

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Ido Aharoni è il console generale d’Israele a New York. Diplomatico di vecchia scuola, negli ultimi anni si è imposto come una delle feluche più innovative e attente alla comunicazione. È stato lui nel 2005 a lanciare la campagna “Brand Israel” per migliorare l’immagine del Paese, con l’obiettivo di attrarre turisti e investimenti.

I social media rivestono un ruolo centrale in questa strategia. Non a caso, il consolato israeliano di New York è stato il primo ufficio diplomatico al mondo a tenere una conferenza stampa “virtuale” sulle piattaforme social.

In una recente intervista Aharoni ha sottolineato il collegamento sempre più stretto tra il web e la nuova natura della diplomazia. Ecco alcuni passaggi di rilievo:

Diplomacy is changing in front of our eyes. And the role of a diplomat nowadays is not to win debates, but rather to build relationships.

We introduced the concept of micro-marketing to governments as early as 2004. We were the first government to take bloggers seriously, to bring them in groups to Israel as early as 2004…The work that we do is groundbreaking for governments. People from private companies, perhaps, do things that are more brazen or innovative, but for governments to do those kinds of things is rather unusual.

Il caso di Israele è particolarmente interessante da un punto di vista di comunicazione, soprattutto se si considera il difficile contesto geopolitico e la reputazione non sempre positiva di cui Tel Aviv gode all’estero. Così Aharoni spiega il loro approccio:

The strategy that we chose was to celebrate Israel as a bastion of creativity, inspiration and innovation. So, in our case, you ask me how do you cope with the situation that Israel is still producing a lot of bad news? You simply keep on emphasizing and highlighting your competitive edge, because that includes the geopolitical situation in it.

Il profilo Twitter di Aharoni è l’attuazione concreta di questa strategia. Pochissima politica, tante notizie su tecnologia, innovazione ed eccellenze israeliane.

Business, diplomazia e social media. Il mix di Israele per parlare con gli arabi.

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israel gcc

Il governo israeliano ha aperto nei giorni scorsi un profilo su Twitter dedicato alle relazioni con i Paesi del Gulf Cooperation Council (GCC): Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Oman, Qatar e Bahrain. Una sorta di ambasciata virtuale che dovrebbe sopperire all’assenza di rapporti diplomatici ufficiali e al divieto vigente nei Paesi arabi di scambi commerciali con le aziende israeliane.

Yigal Palmor, uno dei portavoce del governo di Tel Aviv, ha sottolineato che il sito di micro-blogging “può essere un ottimo strumento per stabilire un dialogo con i cittadini di quei Paesi. Ci piacerebbe scambiare messaggi su ogni tema, dal business alla tecnologia, dalla politica ai temi sociali”.

In realtà l’obiettivo del nuovo profilo Twitter sembra essere principalmente legato alla diplomazia economica: rafforzare i legami diretti con cittadini, potenziali clienti e operatori commerciali di mercati piuttosto allettanti per i prodotti israeliani. Ad oggi, nonostante l’embargo ufficiale, le esportazioni di Tel Aviv verso i sei Paesi del GCC ammontano a circa 500 milioni di dollari l’anno e le potenzialità sono enormi, soprattutto nei settori dell’informatica, della sicurezza, delle tecnologie agricole, delle apparecchiature mediche e dei diamanti.

È proprio il fiorente settore delle pietre preziose a fare da pioniere nella definizione dei nuovi rapporti di diplomazia economica nella regione del Golfo. Negli ultimi anni il Dubai Diamond Exchange è divenuto uno dei più importanti hub mondiali per il commercio di diamanti, con un giro di affari che sfiora i 40 miliardi di dollari. E gli operatori israeliani, da sempre leader del settore, sono benvenuti, nonostante il divieto ufficiale di ingresso per chi possiede un passaporto con la stella di David.

Il governo di Netanyahu punta dunque su un mix di business, diplomazia e social media. La scelta di Twitter non è casuale. Nell’ultimo anno gli utenti attivi del mondo arabo sono quasi raddoppiati, passando da 2 a 3,7 milioni. Un boom che ha interessato soprattutto la fascia più ricca, emancipata e influente della popolazione. Proprio il target di pubblico della strategia social di Tel Aviv.

 

I governi del mondo scelgono Twitter

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twiplomacy 2013

Quasi l’80% dei 193 Paesi membri dell’ONU è presente su Twitter con profili di ministri degli esteri, capi di stato e di governo. L’account più popolare continua a essere quello del Presidente Usa Barack Obama, ma i leader più attivi e con più follower vengono a sorpresa dall’America Latina e dall’Africa.

La nuova ricerca sulla Twiplomacy presentata oggi dalla società di comunicazione Burson-Marsteller disegna una geopolitica digitale che vede due leader turchi, il Presidente Abdullah Gül e il Primo Ministro Recep Tayyip Erdoğan sul podio dei leader più seguiti, alle spalle di Obama. Nella speciale classifica dei primi cinquanta ci sono tanti ministri e capi di stato dell’America Latina, dall’argentina Cristina Kirchner al colombiano Enrique Pena Nieto, dalla brasiliana Dilma Roussef al messicano Juan Manuel Santos.

Il ministro degli Esteri svedese Carl Bildt vanta il primato di leader più connesso: segue e viene seguito da 44 suoi colleghi internazionali. Il record di politico più interattivo resta ben saldo nelle mani del Primo Ministro ugandese Amama Mbabazi: il 96% dei suoi tweet sono risposte ad altri utenti. Al secondo posto un altro africano, il Presidente del Ruanda Paul Kagame.

Lo studio conferma che Twitter si è imposto come il social media preferito dai leader del mondo. Il primo a utilizzarlo è stato Barack Obama il 5 marzo del 2007. L’ultimo il Presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas nel giugno scorso.

In questi anni i leader hanno inviato oltre un milione di tweet. Il più prolifico è stato l’account della presidenza venezuelana con una media di oltre 40 tweet al giorno.

 

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