Un blog e un libro su come i governi usano i social media per comunicare con i cittadini

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Così funziona la diplomazia digitale di Israele

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La pagina Facebook del ministero degli Esteri israeliano

La diplomazia digitale non deve essere vista come una nuova forma di diplomazia, ma piuttosto come uno strumento nuovo e ricco di risorse per portare avanti la tradizionale attività diplomatica.

È uno dei messaggi che emerge da un’interessante intervista a Yorm Morad, responsabile della diplomazia digitale del ministero degli Esteri israeliano. Ecco in sintesi altri punti chiave:

  • L’interazione e il dialogo con il pubblico sono fondamentali
  • La comunicazione deve partire dall’individuazione della giusta audience
  • Organizzarsi per misurare i risultati dell’attività
  • Le relazioni con i media tradizionali non vanno abbandonate, ma rinnovate
  • Il messaggio non cambia. Cambiano i mezzi per veicolarlo.
  • Necessario imparare a delegare e allegerire la catena di controllo

Qui il link all’intervista completa.

 

Business, diplomazia e social media. Il mix di Israele per parlare con gli arabi.

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israel gcc

Il governo israeliano ha aperto nei giorni scorsi un profilo su Twitter dedicato alle relazioni con i Paesi del Gulf Cooperation Council (GCC): Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Oman, Qatar e Bahrain. Una sorta di ambasciata virtuale che dovrebbe sopperire all’assenza di rapporti diplomatici ufficiali e al divieto vigente nei Paesi arabi di scambi commerciali con le aziende israeliane.

Yigal Palmor, uno dei portavoce del governo di Tel Aviv, ha sottolineato che il sito di micro-blogging “può essere un ottimo strumento per stabilire un dialogo con i cittadini di quei Paesi. Ci piacerebbe scambiare messaggi su ogni tema, dal business alla tecnologia, dalla politica ai temi sociali”.

In realtà l’obiettivo del nuovo profilo Twitter sembra essere principalmente legato alla diplomazia economica: rafforzare i legami diretti con cittadini, potenziali clienti e operatori commerciali di mercati piuttosto allettanti per i prodotti israeliani. Ad oggi, nonostante l’embargo ufficiale, le esportazioni di Tel Aviv verso i sei Paesi del GCC ammontano a circa 500 milioni di dollari l’anno e le potenzialità sono enormi, soprattutto nei settori dell’informatica, della sicurezza, delle tecnologie agricole, delle apparecchiature mediche e dei diamanti.

È proprio il fiorente settore delle pietre preziose a fare da pioniere nella definizione dei nuovi rapporti di diplomazia economica nella regione del Golfo. Negli ultimi anni il Dubai Diamond Exchange è divenuto uno dei più importanti hub mondiali per il commercio di diamanti, con un giro di affari che sfiora i 40 miliardi di dollari. E gli operatori israeliani, da sempre leader del settore, sono benvenuti, nonostante il divieto ufficiale di ingresso per chi possiede un passaporto con la stella di David.

Il governo di Netanyahu punta dunque su un mix di business, diplomazia e social media. La scelta di Twitter non è casuale. Nell’ultimo anno gli utenti attivi del mondo arabo sono quasi raddoppiati, passando da 2 a 3,7 milioni. Un boom che ha interessato soprattutto la fascia più ricca, emancipata e influente della popolazione. Proprio il target di pubblico della strategia social di Tel Aviv.

 

Israele accoglierà Obama con un’app

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L’ufficio del Primo Ministro israeliano ha lanciato nei giorni scorsi un’applicazione per smartphone dedicata alla visita del Presidente Usa Barack Obama, che arriverà mercoledì a Tel Aviv.

israel app Ci sono molte aspettative per questo primo viaggio ufficiale in Israele,  che alcuni considerano un possibile passo verso il riavvicinamento politico tra due leader, Obama e Netanyahu, che negli ultimi mesi non hanno nascosto le loro divergenze sulla gestione del delicato processo di pace. Nei quattro giorni di visita Obama si recherà anche nella Striscia di Gaza e a Ramallah per incontrare il Presidente dell’autorità palestinese Mahmoud Abbas.

Data l’importanza mediatica della visita e la curiosità dei cittadini, il governo israeliano ha creato un’app (in ebraico, inglese e arabo) che permetterà di seguire in diretta gli spostamenti di Obama, ricevere aggiornamenti e notizie in tempo reale, guardare filmati e fotografie, sia quelle ufficiali che quelle scattate dai partecipanti agli eventi pubblici.

Nei prossimi giorni l’app sarà dedicata interamente alla visita, ma subito dopo verrà utilizzata dall’ufficio del Primo Ministro per diffondere informazioni e materiali multimediali. Un’ottima scelta comunicativa: utilizzare la leva mediatica del viaggio di Obama per promuovere quella che in realtà sarà l’app ufficiale del governo di Tel Aviv.

Per non essere da meno dal punto di vista “social”, l’ambasciata americana a Tel Aviv ha lanciato un concorso su Facebook per aggiudicarsi un posto alla cerimonia durante la quale Obama terrà il principale discorso.

 

La diplomazia digitale di Israele ora parla arabo.

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“Lo scopo di questo account è quello di migliorare il dialogo con voi”. Con questo messaggio il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha inaugurato nei giorni scorsi il suo nuovo account in arabo su Twitter. Una mossa che conferma la grande attenzione di Israele verso la diplomazia digitale e in generale la comunicazione sui social media. Un’attenzione già emersa durante la recente crisi a Gaza, durante la quale l’esercito di Tel Aviv ha fatto largo uso di tweet, foto, video e infografiche per descrivere le operazioni militari in corso e per controbattere la propaganda di Hamas.

Il nuovo profilo in arabo di Benjamin Netanyahu

Il nuovo account in arabo di Netanyahu ha alternato finora messaggi soft (“Saluti dalla città santa di Gerusalemme”) a dichiarazioni più marcatamente politiche, come quella sulla rivolta in Siria e sul timore che le armi chimiche possano finire nelle mani di militanti islamici (“Prenderemo le misure necessarie per prepararci alla possibilità di un cambio di regime in Siria e alle conseguenze che questo avrà sulle armi che il Paese detiene”).

In poco più di una settimana l’account ha raccolto circa 700 follower, mentre quello ufficiale di Netanyahu (non in arabo) ne conta quasi 60.000. Il governo israeliano utilizza Twitter dall’agosto del 2010 soprattutto con messaggi in inglese per rivolgersi all’opinione pubblica internazionale. Tono abbastanza formale e assenza di dialogo con gli utenti. Caratteristiche che accomunano tanti account di capi di stato e di governo. Ma nel caso del profilo in arabo questa impostazione rischia di essere poco efficace e controproducente. E’ plausibile che senza un minimo di apertura e soprattutto d’interazione, l’opinione pubblica del mondo arabo, che nutre forti pregiudizi nei confronti di Israele, bollerà immediatamente i tweet di Netanyahu come mera propaganda online.

Come evitare un incidente diplomatico su Twitter

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“Sono appena apparso in una trasmissione della CNN: Israele è disposto a sedersi insieme ad Hamas, se solo smettono di spararci”.

È durato solo pochi minuti questo tweet partito sabato scorso dall’account dell’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti Michael Oren. Cancellato e rimpiazzato subito da un messaggio che specificava che il “precedente tweet sull’intervista alla CNN era stato erroneamente inviato da una persona dello staff”.

 

 

Nelle dichiarazioni alla televisione americana, Oren non aveva mai menzionato Hamas, ma aveva detto che “il popolo, il governo e lo Stato di Israele vogliono la pace con i loro vicini. Siamo disposti a sederci al tavolo e negoziare con loro (i vicini ndr)…devono solo smettere di spararci contro”. L’aver menzionato Hamas è stato un chiaro errore da parte di chi ha scritto il tweet, visto che Israele non ha alcuna intenzione di legittimare l’organizzazione palestinese come interlocutore per eventuali negoziati.

Un errore che non dovrebbe capitare.

Il caso dell’ambasciatore Oren è significativo perché testimonia l’uso sbagliato – e pericoloso – che alcuni diplomatici e rappresentanti delle istituzioni fanno dello strumento, ovvero porre troppa enfasi sulla rapidità della comunicazione. Che rappresenta sicuramente una caratteristica peculiare di Twitter, ma non si coniuga con i paradigmi della politica e soprattutto della diplomazia. La corsa frenetica per battere sul filo del traguardo le agenzie di stampa, twittando ad esempio i risultati di vertici politici ancora in corso o lanciando dichiarazioni forti senza una dovuta verifica, è una gara rischiosa e dalle conseguenze imprevedibili.

Al diplomatico non si chiede di “bruciare” i media tradizionali o di essere necessariamente il primo a commentare una notizia. Twitter o altri social media sono invece ottimi strumenti per interagire con il pubblico, per avviare un dialogo diretto, per raccogliere idee e critiche, per fornire chiarimenti, per raccontare qualche retroscena (consentito) o per dare una versione più “umana” alle dinamiche politiche.

Meglio mandare un tweet corretto e preciso cinque minuti dopo, piuttosto che un tweet sbagliato e inopportuno cinque minuti prima. Una regola semplice e ragionevole. Ma che molti spesso dimenticano.

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