Un blog e un libro su come i governi usano i social media per comunicare con i cittadini

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Twitter e diplomazia. Un binomio utile ed efficace.

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Una foto postata su Twitter dall'ambasciatore Millet

Una foto postata su Twitter dall’ambasciatore Millet

“Potrebbe twittare il post del mio blog per cortesia?” Ho veramente chiesto una cosa del genere a una persona del mio staff? Che strano linguaggio sto usando?

Comincia così l’articolo nel quale Peter Millet, ambasciatore britannico in Giordania, racconta i suoi due anni su Twitter e spiega perché i diplomatici dovrebbero usare i social media. Ecco alcuni punti chiave dell’articolo:

Comunicati stampa, interviste ed editoriali non hanno più l’impatto di un tempo. I social media sono oggi un mezzo più efficace per comunicare.

Twitter e Facebook danno l’opportunità di far sentire la propria voce più spesso e di costruire un coerente insieme di messaggi nel corso del tempo

L’attenzione delle persone è in calo. Il tempo per leggere articoli lunghi e complessi è sempre più raro. Un tweet o un breve post su Facebook possono avere un impatto più immediato.

La presenza su Twitter offre inoltre accesso a informazioni aggiornate in tempo reale.

Per usare al meglio i social media bisogna essere autentici. Per un diplomatico trovare il proprio stile non è facile e può essere problematico, ma se i follower non ti percepiscono come autentico, difficilmente continueranno a seguirti.

 

Il governo britannico comunica con i “tweet in esclusiva”

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La nuova frontiera della comunicazione istituzionale sui social media? Notizie in esclusiva date solo ad alcuni giornalisti tramite Twitter. È l’insolita – e controversa – tecnica che sta sperimentando l’ufficio stampa del Primo Ministro britannico David Cameron. Il Direttore della Comunicazione Craig Oliver ha sposato in pieno la cosiddetta “Twitter-first strategy”, aggiungendo anche la selezione mirata dei giornalisti ai quali offrire determinate notizie.

L'account su Twitter del governo britannico

L’account su Twitter del governo britannico

Ovviamente il nuovo approccio non piace a tutti e diverse voci critiche hanno già richiamato l’attenzione sul fatto che le informazioni sull’attività di governo andrebbero date a tutti nello stesso momento e nelle sedi istituzionali. Ma al momento Downing Street sembra intenzionata ad andare avanti con questa scelta. Craig Oliver è un estimatore di Twitter ed è stato lui nel gennaio 2011 a chiedere un accurato sistema di monitoraggio dei tweet nell’ufficio stampa e soprattutto a convincere un riluttante Cameron dell’importanza di questo strumento sia per la comunicazione del governo che del partito.

A differenza di altri Paesi, nei quali i partiti conservatori sono a volte meno all’avanguardia nell’uso delle nuove tecnologie digitali, in Gran Bretagna i Tories sono più attivi su Twitter dei loro rivali politici del Labour e il partito vanta più di un milione di followers.  Secondo il sito Techpresident, per colmare questo divario i laburisti si sarebbero affidati alle sapienti mani di Blue State Digital, l’agenzia di comunicazione online che ha curato le campagne di Barack Obama e che oggi è considerata una delle migliori nel panorama digitale.

 

Conflitto: prevenire, porre fine, affrontare le sue conseguenze

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Oggi ho il piacere di ospitare sul mio blog un intervento dell’Ambasciatore britannico presso la Santa Sede Nigel Baker sui conflitti e sulle tragiche ripercussioni per le popolazioni. Un tema attualissimo, che in questi giorni è stato affrontato dal G8 dei Ministri degli Esteri.

 

foto Nigel Baker

L’ambasciatore Nigel Baker

Il G8 dei Ministri degli Esteri si è riunito questa settimana a Londra, nell’ambito della Presidenza del Regno Unito del G8 quest’anno. Come messo in luce dalla loro dichiarazione, i Ministri hanno affrontato tra loro le questioni principali all’ordine del giorno: Siria, Iran, Corea del Nord ed il processo di pace in Medio Oriente. Ma i Ministri dei paesi G8 non hanno soltanto spento il fuoco.

Il punto focale della Presidenza britannica continua ad essere in molta parte nel lungo termine, sul bisogno strategico di prevenire il conflitto, le vie pratiche per trattare le sue conseguenze, in particolare l’impatto devastante su uomini, donne, bambini innocenti trovatisi coinvolti.

Come ho detto alla Radio Vaticana questa settimana, uno degli aspetti più devastanti del conflitto moderno, è l’uso dello stupro come un’arma di guerra. All’urgenza del Regno Unito, che con il Ministro degli Esteri William Hague ha fatto di questo una priorità della propria politica estera, i Ministri degli Esteri hanno approvato una Dichiarazione sulla Prevenzione della Violenza Sessuale nei Conflitti.

Questo documento enuncia le vie pratiche per affrontare la cultura dell’impunità che circonda la violenza sessuale nei conflitti, assicurando che aumenti il numero dei perpetratori assicurati alla giustizia, e che inizi il processo di costruire una coalizione internazionale forte ed efficace per affrontare il problema. La sua scala è immensa. Le cifre delle Nazioni Unite suggeriscono che 500,000 donne sono state stuprate solo nella Repubblica Democratica del Congo. Papa Francesco ha parlato di conflitto e delle sue conseguenze con il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon l’8 aprile scorso. Il Regno Unito, insieme al G8, sta rispondendo al richiamo del Papa ad un’azione urgente. Restiamo in viva attesa del sostegno della Santa Sede a questa importante iniziativa.

I paesi che sono passati attraverso conflitti possono essere aiutati a ritornare alla prosperità. Il G8 si è incentrato in particolare su Birmania e Somalia, guardando a rafforzare un nuovo impegno di entrambi i paesi verso strutture economiche globali ed investitori responsabili, la strada più sicura alla ripresa politica ed economica nel lungo termine. Ci vuole tempo per affrontare cicli di conflitti ed instabilità, ed uno sforzo sostenuto. Il G8 non ha tutte le risposte. Ma mantiene la volontà, il senso di responsabilità globale, di continuare a provare. Questa è l’essenza della Presidenza britannica del G8.

Nigel Baker, Ambasciatore britannico presso la Santa Sede

Testo originale in inglese: http://blogs.fco.gov.uk/nigelbaker/2013/04/12/conflict-preventing-it-ending-it-dealing-with-its-consequences/

William Hague incontra i suoi follower di Twitter

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Il ministro degli Esteri britannico William Hague incontrerà oggi a Londra cinque cittadini che lo seguono su Twitter per discutere della politica estera del Regno Unito. Un modo originale e molto “social” di festeggiare il superamento del traguardo dei 100.000 followers sul celebre sito di microblogging.

Appassionato di internet e grande fautore della diplomazia digitale, Hague aveva lanciato all’inizio di settembre una sorta di competizione online su Twitter chiedendo ai suoi follower di indicare “l’idea che poteva avere il maggiore impatto sul mondo nei prossimi 20 anni” o “quali siano le priorità che il Foreign Office dovrebbe affrontare il prossimo anno”. I cinque cittadini che il Ministro vedrà oggi pomeriggio sono stati selezionati tra coloro i quali hanno inviato gli spunti migliori.

 

 

Un esperimento interessante. Per tre motivi. Perché crea un canale online di dialogo tra cittadini e politica, attivando una comunicazione bidirezionale e non solo unidirezionale dall’alto. Perché contribuisce ad aprire le istituzioni e a stimolare l’ascolto delle voci che vengono dal basso. E infine perché trasporta offline un’iniziativa nata online: si parte da un tweet e poi ci si incontra al ministero. A dimostrazione che la cosiddetta twiplomacy é un ottimo strumento al servizio della nuova diplomazia, non un universo fatuo che vive solo di tweet e like.

Update (ore 23.30): questo è il commento di Hague su Twitter al termine dell’incontro.

 

“Cavalcare la tigre digitale”. Ecco perchè i diplomatici devono usare Twitter.

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“La migliore espressione della diplomazia è sempre stata un binomio tra interpretare il mondo e cercare di definirne le sorti. I diplomatici che svolgono solo la prima attività, dovrebbero lavorare nelle accademie. Quelli che si dedicano solo alla seconda, dovrebbero stare in politica. Quelli che fanno entrambe, dovrebbero essere su Twitter”.

Parola di Tom Fletcher, ambasciatore britannico in Libano, che in un discorso tenuto nel dicembre scorso a Beirut ha sottolineato le ragioni dell’opportunità di rafforzare il rapporto tra diplomazia e social media. Un intervento dal titolo evocativo (“Twiplomacy – Riding the Digital Tiger”), in cui Fletcher esorta i colleghi a rivedere il proprio lavoro alla luce delle nuove tecnologie digitali che stanno definitivamente cambiando le relazioni tra governi e opinione pubblica.

…Nowhere should we be more sensitive, more attuned, to social media than in international relations. Diplomacy has always been Darwinian: we have to evolve or die. Just as diplomats did when sea routes opened up, empires came and went, or when the telephone was invented…In this brave new digital world, the most effective diplomats will carry iPads rather than letters of credence; a digital demarche will be more powerful than a diplomatic one; and the setpiece international conference of the 20th century will be replaced by more fluid, open interaction with the people whose interests we are there to represent…

Fletcher evidenzia che i social media possono essere ottimi strumenti di supporto per le principali attività del lavoro diplomatico: raccolta di informazioni, analisi, influenza, promozione culturale, creazione di reti. E conclude indicando dieci suggerimenti ai suoi colleghi su come gestire al meglio Twitter, lo strumento che egli ritiene più efficace per la nuova diplomazia digitale: “rimango sempre sorpreso quando miei colleghi mi chiedono perché sono su Twitter. La vera domanda è: perché tu non sei su Twitter?”

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