Un blog e un libro su come i governi usano i social media per comunicare con i cittadini

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Il diritto internazionale su Twitter? Un successo

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Ha appena compiuto tre mesi l’account su Twitter @UKintlaw, aperto dall’ambasciata britannica in Olanda, dedicato esclusivamente al diritto internazionale e a notizie sull’attività dei tribunali delle Nazioni Unite. Il primo bilancio è positivo: oltre 600 follower che seguono una timeline ricca di aggiornamenti.     

Un esperimento interessante e inusuale, avviato con aspettative molto caute: il responsabile dell’ufficio giuridico dell’ambasciata ha sottolineato che l’obiettivo ragionevole era quello di arrivare a un centinaio di followers nel primo periodo. D’altronde l’audience di riferimento dell’iniziativa era circoscritta prevalentemente a esperti di diritto internazionale, giornalisti e qualche blogger specializzato. Questo almeno nella strategia iniziale.

Ora invece i numeri sembrano dimostrare che c’è interesse verso temi e notizie che spesso non trovano spazio nei principali media e che, se affrontati senza troppi tecnicismi, possono coinvolgere anche un pubblico più ampio.

ukintlaw

Il profilo Twitter @UKIntlaw

Il profilo @UKintlaw offre un paio di spunti di riflessione che vale la pena sottolineare.

Innanzitutto si pone in controcorrente rispetto alla diffusa tendenza a utilizzare sui social media soprattutto contenuti di cosiddetta “soft diplomacy”, evitando temi di nicchia o troppo legati al tradizionale pubblico che segue la politica estera. Un approccio basato su un equilibrato mix tra contenuti più leggeri (sport, musica, gastronomia, concorsi fotografici, etc) e messaggi più politici. Il fine è quello di ampliare il raggio dei destinatari. Ottimi esempi sono le pagine Facebook delle ambasciate americane, alcune delle quali superano come numero di likes popolari brand di moda. Il buon successo del profilo @UKintlaw dimostra in realtà che i social media sono strumenti molto flessibili che possono essere utilizzati in modi diversi per raggiungere pubblici assai variegati, compresa una nicchia molto specializzata come quella del diritto internazionale.

Il secondo aspetto interessante ha una sfumatura più politica. A fronte di una limitata copertura sui media tradizionali delle attività della Corte Penale Internazionale o del Tribunale per l’Ex-Jugoslavia, l’apertura di un canale sui social media sul quale vengono riportate non solo le notizie, ma anche le valutazioni politiche del governo britannico, assume una rilevanza strategica. Riuscire a imporsi come importante snodo online di informazione su queste tematiche offre a Londra la possibilità di diffondere in modo capillare e diretto il proprio punto di vista tra analisti, esperti, giornalisti e pubblico più generico.

 

L’ambasciata britannica in Cambogia: da 200 a 56.000 likes su Facebook in meno di un anno.

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Facebook UK Cambogia

La pagina Facebook dell’ambasciata UK in Cambogia

Un interessante articolo sul sito del Foreign Office descrive la campagna di comunicazione su Facebook lanciata nel giugno del 2012 dall’ambasciata del Regno Unito a Phnom Penh e indirizzata in particolare ai giovani cambogiani.

Quattro i principali elementi della strategia online:

1)      Researching the interests of our target audience (15-35 year old Cambodians), adapting content to their interests

2)      Conducting a pilot of Facebook advertising according to defined variables (language, target audience, time of day, content, cost, ad type) and using the data to increase the impact and lower the cost of the campaign

3)      Generating innovative and visual content which was both linked to the Olympics/Paralympics and local interest (e.g. message board for Cambodian athletes). Content was the single most important variable in generating engagement

4)      Developing more interactive content to boost engagement and virality (e.g. London 2012 themed competitions).

 

Ottimo il risultato raggiunto. Non solo in termini numerici – da 200 a 56.000 likes in pochi mesi – ma soprattutto a livello di interazione con gli utenti online, che hanno mostrato interesse per i contenuti e innescato anche meccanismi di viralità.

Sul buon esito della campagna hanno sicuramente influito i Giochi Olimpici di Londra, che hanno catalizzato l’attenzione mediatica e si sono prestati molto bene a forme di comunicazione basate sulla cosiddetta soft diplomacy.

A parte la “spinta” delle Olimpiadi, il caso dell’ambasciata britannica in Cambogia è comunque interessante perché fa luce sulle potenzialità che la comunicazione online e in particolare sui social media può avere in Paesi nei quali la penetrazione e l’uso di Internet stanno registrando tassi molto elevati, soprattutto tra i giovani più emancipati e con una formazione di alto livello. Ovvero i futuri decision-maker.

 

Tempo di Twiplomacy

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Il nuovo account Twitter dell'ambasciatore Martin Harris

Martin Harris, ambasciatore britannico in Romania, è da poco sbarcato su Twitter e ha chiesto ai suoi follower di indicare i motivi per i quali un diplomatico dovrebbe comunicare a colpi di 140 caratteri. Ecco qualche risposta che ha ricevuto:

  • You can get information and opinions faster through Twitter
  • To be more accessible and to be able to make many aware of matters that need be known.
  • Makes them approachable and shows a strong connection with today’s connected world.
  • If you want to understand a society you need to get in touch with it.

Il resto delle risposte è pubblicato sul suo blog. Rispetto ad altri casi (Tom Fletcher e Victor Guzun) nei quali sono stati gli stessi diplomatici a evidenziare perchè è importante la cosiddetta Twiplomacy, stavolta la parola viene data agli utenti, ovvero ai destinatari della comunicazione. Un rovesciamento di prospettiva in puro stile “social”.

 

Tom Fletcher, il diplomatico digitale che a 37 anni si sente vecchio

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“Quando le persone mi chiedono se a 37 anni sono troppo giovane per essere già ambasciatore, a volte mi viene da pensare che forse sono troppo vecchio”.

Tom Fletcher, ambasciatore del Regno Unito in Libano, è da tempo un vero e proprio pioniere della diplomazia digitale. Usa i social media per lavoro, esorta i suoi colleghi a utilizzarli, tiene un blog, organizza conferenze per unire il mondo della politica con quello della tecnologia, scrive articoli per sottolineare come i nuovi strumenti digitali possono migliorare l’attività dei diplomatici.

Non è un “cyber-utopista”: sa che le webchat su Facebook non sostituiranno mai gli incontri riservati e che i trattati di pace non si scriveranno con i tweet.

 

L'ambasciatore Tom Fletcher

Se già nel 1997 il titolo di un articolo sulla prestigiosa rivista Foreign Affairs si poneva una domanda provocatoria, “Diplomazia senza diplomatici?”, oggi il dibattito sul ruolo dei professionisti della politica estera nel nuovo mondo delle reti digitali è ancora più attuale. E Fletcher sta dando un importante contributo a questa discussione. Il suo ultimo articolo si intitola “Il diplomatico nudo” e vale la pena leggerlo.

Come ho scritto nell’introduzione del mio libro, la vera questione non è se la diplomazia, grazie alle nuove tecnologie, possa esistere anche senza diplomatici, ma piuttosto se i diplomatici possano continuare a svolgere bene il loro lavoro senza partecipare attivamente nella Rete e senza usare gli strumenti con i quali i cittadini e i rappresentanti politici comunicano. Nelle nuove società sempre più plasmate da internet e dai social media, per una professione che ha tra i suoi compiti quello di creare e gestire network di relazioni, la scelta di utilizzare le nuove tecnologie appare ormai di rilevanza sempre più strategica”.

Il ministero degli Esteri britannico aggiorna la strategia digitale. E chiede nuove idee al web.

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Una nuova strategia di diplomazia digitale che raccolga suggerimenti e idee provenienti dal web. É l’iniziativa lanciata dal ministero degli Esteri britannico, che ha chiesto ai cittadini di partecipare attivamente al processo di definizione delle prossime azioni da intraprendere online.

Tre sono le principali aree di intervento:
1) Come migliorare i servizi ai cittadini britannici in viaggio o che si trovano all’estero, in particolare nei casi di emergenze.
2) Come rendere più efficace la comunicazione delle posizioni politiche e l’interazione con l’opinione pubblica internazionale.
3) Quali competenze, strumenti e riforme occorre sviluppare per migliorare la comunicazione digitale.

 

 

Con un annuncio ufficiale diffuso sui vari canali social, il Ministero sta chiedendo il parere di cittadini ed esperti: “riconoscendo l’ampio bagaglio di competenze che ci sono nel mondo su questi temi, vi invitiamo a mandarci riflessioni o suggerimenti che ritenete ci possano aiutare in questo processo. Li leggeremo tutti e commenteremo quelli che ci forniranno maggiore ispirazione”.

Il Foreign Office guidato da William Hague si conferma un vero campione di diplomazia digitale aperta. Prendiamo ispirazione. Sarebbe un’ottima idea organizzare qualcosa di simile anche per costruire la strategia digitale della nostra diplomazia.  

William Hague incontra i suoi follower di Twitter

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Il ministro degli Esteri britannico William Hague incontrerà oggi a Londra cinque cittadini che lo seguono su Twitter per discutere della politica estera del Regno Unito. Un modo originale e molto “social” di festeggiare il superamento del traguardo dei 100.000 followers sul celebre sito di microblogging.

Appassionato di internet e grande fautore della diplomazia digitale, Hague aveva lanciato all’inizio di settembre una sorta di competizione online su Twitter chiedendo ai suoi follower di indicare “l’idea che poteva avere il maggiore impatto sul mondo nei prossimi 20 anni” o “quali siano le priorità che il Foreign Office dovrebbe affrontare il prossimo anno”. I cinque cittadini che il Ministro vedrà oggi pomeriggio sono stati selezionati tra coloro i quali hanno inviato gli spunti migliori.

 

 

Un esperimento interessante. Per tre motivi. Perché crea un canale online di dialogo tra cittadini e politica, attivando una comunicazione bidirezionale e non solo unidirezionale dall’alto. Perché contribuisce ad aprire le istituzioni e a stimolare l’ascolto delle voci che vengono dal basso. E infine perché trasporta offline un’iniziativa nata online: si parte da un tweet e poi ci si incontra al ministero. A dimostrazione che la cosiddetta twiplomacy é un ottimo strumento al servizio della nuova diplomazia, non un universo fatuo che vive solo di tweet e like.

Update (ore 23.30): questo è il commento di Hague su Twitter al termine dell’incontro.

 

La “twitpic diplomacy” di William Hague

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Il ministro degli Esteri britannico William Hague ha appena concluso una missione in Libia, Giordania e Siria. Un viaggio attraverso fronti caldi del panorama internazionale, che Hague ha scelto di raccontare in diretta su Twitter pubblicando immagini degli spostamenti e degli incontri con i politici e con le popolazioni locali.

Scattate probabilmente da uno smartphone, le foto non hanno certo una qualità eccelsa, sono a volte sfocate o sovraesposte. Ma trasmettono autenticità. Non falsate da pose artificiose o elaborazioni con photoshop, descrivono in modo semplice e diretto il lavoro dietro le quinte delle feluche.

Un ottimo approccio alla cosiddetta e-diplomacy: spogliarsi della tradizionale formalità dell’ambiente diplomatico e utilizzare il linguaggio (in questo caso visivo) più genuino del web.

Ecco alcune delle immagini scattate da William Hague:

 

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